Home > Rione Ventesimo in rete > Roma > Cosa vuol dire amministrare Roma

La Sinistra e la città

Cosa vuol dire amministrare Roma

Pubblichiamo un post di Danile Leppe che riflette sulla sinistra cittadina a partire dalle questioni sollevate sul destino dell’ex-cinema Metropolitan

giovedì 2 luglio 2026, di Daniele Leppe


A Roma si è aperta questa discussione oziosa sullo sviluppo della città, dei suoi quartieri, dei processi di gentrificazione, riqualificazione, rigenerazione, che è il modo carino di chiamare la calata predatoria dei fondi di investimento nel tessuto urbano della città.
Chiamiamo innanzitutto le cose con il loro nome. La città è vittima e carnefice di un sistema di potere onnipervasivo che prende il nome di "modello Giubileo", che non è altro che la riedizione del modello Roma dei prima anni ’90 con la novità del cambiamento dei rapporti di forza fra destra e sinistra.
Il modello Giubileo è, a propria volta, una riedizione della celebre frase "a Fra’, che te serve?" dell’ex ministro democristiano in quota Andreotti con il quale il ministro Franco Evangelisti raccontava le telefonate che riceveva dai palazzinari romani per finanziare la corrente politica.
Oggi, a Fra che te serve? è il sistema di potere che descrive il tacito accordo fra centrosinistra e centrodestra che tiene tutti dentro nella gestione della cosa pubblica e degli interessi privati della Capitale.
È talmente evidente questo accordo di potere che la destra rinuncia a fare opposizione politica alla giunta Gualtieri e ad individuare un competitor politico, tanto sono garantiti i propri interessi. Un unicum nelle democrazie occidentali.

Fin qui, parlo di un’ovvietà, che qualche cheerleader del sindaco qui sotto denuncerà sdegnato, [1]. Il patto di potere si fonda sulle mani libere alla speculazione dei fondi internazionali sub specie di rigenerazione urbana, sul definitivo svuotamento del centro storico, anche quando la giurisprudenza amministrativa, come ha fatto lodevolmente il Tar Firenze, ha riconosciuto alle autonomie locali di intervenire tramite le norme di attuazione del piano regolatore sull’esplosione delle locazioni brevi (che a Roma si trasforma in un "il governo nazionale non ci dà i poteri di intervenire" con il quale si nasconde la soggezione alle lobby delle piattaforme internazionali nella gestione fiume dei flussi turistici), nel metus ai desiderata dei padroni alla Caltagirone, sulla magnificazione degli eventi come strumento di attrazione internazionale, senza alcuna valutazione dell’impatto che questi eventi hanno sulla vita di tutti i cittadini, sulla scomparsa di una sana dialettica democratica, sostituita da un metodo di cooptazione politica che prende il nome di bandocrazia.

In assenza di un’opposizione politica strutturata, è quasi inevitabile che le critiche emergano dall’interno dello stesso sistema di potere, spesso da figure che di quel sistema hanno fatto parte o ne hanno beneficiato. Ma questa cosiddetta opposizione non propone un diverso modello di città. Mira semplicemente a sostituire chi oggi amministra con altri soggetti, lasciando sostanzialmente immutate le pratiche, i rapporti di forza e l’idea di sviluppo.

Per questo il problema non è soltanto chi governa Roma, ma quale progetto politico governa Roma. È qui che emerge anche la crisi della sinistra cittadina. Le forze che continuano a definirsi di sinistra all’interno delle coalizioni di governo finiscono troppo spesso per svolgere una funzione essenzialmente ornamentale: certificano l’esistenza di un pluralismo politico senza incidere realmente sull’indirizzo strategico della città. Il loro ruolo ricorda, per certi aspetti, quello del partito contadino alleato del partito comunista nella Polonia del dopoguerra: al governo solo per dimostrare l’esistenza di un pluralismo politico ma sostanzialmente incapace di modificare la linea politica generale.

Il punto, allora, non è se Roma sia amministrata bene o male. Potrebbe perfino essere amministrato con efficienza. Il problema è un altro: quale idea di città produce. Se il presupposto è che lo sviluppo coincida con la valorizzazione immobiliare, che il turismo sia l’unica vocazione economica possibile, che la rigenerazione urbana significhi attrarre capitali internazionali e che il successo di un quartiere si misuri dall’aumento del valore delle case anziché dalla qualità della vita di chi lo abita, allora non siamo di fronte a una scelta tecnica. Siamo di fronte a un preciso progetto politico.

Ed è qui che si misura la differenza tra una sinistra di ispirazione socialista e una qualunque amministrazione efficiente. Una giunta liberale – come quella che governa adesso - può amministrare benissimo una città. Può tenere i conti in ordine, garantire servizi efficienti, realizzare opere pubbliche e attrarre investimenti. Nessuno dovrebbe scandalizzarsi per questo. La buona amministrazione non è una categoria ideologica. È semplicemente il presupposto minimo di qualunque governo serio. Ma una sinistra che riduca la propria identità alla buona amministrazione ha già rinunciato alla propria funzione storica. La sinistra non nasce per amministrare meglio l’esistente. Nasce per mettere in discussione gli assetti di potere che producono disuguaglianza.
Governare una città da sinistra significa, invece, assumere che il conflitto tra rendita e diritto all’abitare non sia un incidente, ma una contraddizione politica.
Significa considerare l’urbanistica come uno strumento di redistribuzione del potere e delle opportunità, non come un meccanismo per incrementare il valore degli asset immobiliari.
Significa riconoscere che la casa non è una merce qualsiasi, che lo spazio pubblico non è una superficie da mettere a reddito, che il trasporto pubblico non è un capitolo di spesa ma una politica di uguaglianza, che la cultura non è marketing territoriale ma costruzione di cittadinanza.

Per questo la domanda che dovrebbe porsi la sinistra romana non è come amministrare meglio Roma. Dovrebbe chiedersi se l’attuale modello rappresenti davvero il futuro della città e dei suoi abitanti. Che non sono solo quelli che partecipano al momento elettorale e vivono nei quartieri bene della città. Ma anche quelli esclusi dal modello Giubileo.

Note

[1Si riferisce ai commenti sul post di Facebook da cui è tratto questo articolo (ndr)

2007-2026 Rione Ventesimo
SPIP | Chi siamo | scrivi a Rioneventesimo | Facebook | | Mappa del sito | Monitorare l’attività del sito RSS 2.0