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Sinistra italiana

Fabio Mussi: "Non hanno capito la domanda".

I ricordi di Ida Dominijanni ed Elisabetta Piccolotti

giovedì 3 settembre 2026


Il ricordo di Ida Dominijanni.

"Transatlantico della Camera dei deputati, fine luglio 2001. Appena rientrata da Genova cerco di costruire un pezzo per Il Manifesto chiedendo a vari deputati/e cosa ne pensassero della sospensione dello stato di diritto che si era consumata nelle giornate drammatiche del G8. Nessuno mi risponde salvo un paio.
Qualcuno nicchia, qualcuno farfuglia cose senza senso sulla violenza del movimento, molti evitano (lo so, sembra incredibile adesso che la sospensione dello stato di diritto in quei giorni è un fatto acclarato, ma vi assicuro che nell’immediato non lo era affatto).
A un certo punto, esasperata, incontro Fabio Mussi e glielo racconto: "ma ti pare che non mi rispondono?". E lui, con una delle sue rasoiate: "Non capiscono la domanda".
Tornai in redazione senza pezzo, credo che sia l’unica volta che mi è capitato, perché aveva ragione lui: non capivano la domanda.
Fabio era così, aveva il dono della battuta affilata, precisa, chirurgica eppure mai velenosa; dell’ironia sagace eppure mai cinica. E pur con la sua retorica sempre scherzosa, non scherzava mai del tutto, anzi: è stato uno dei pochi, durante il lungo tramonto della sinistra italiana, a continuare a prendere le cose tremendamente sul serio.
Io che lo conoscevo da lontano ai tempi della (sua) Fgci e del (mio) ’77 (all’epoca senza sintonia e senza simpatia), meno da lontano quando da segretario regionale del Pci calabrese all’opposizione contestava mio padre al governo della regione da socialista (ma si stimavano a vicenda), l’ho cordialmente detestato quando, in piena svolta della Bolognina, si rivolse a quelli e quelle che non la condividevano con un’altra delle sue celebri battutacce, esortandoli a non fare dell’identità comunista "un bambolotto di pezza", ovvero una sorta di feticcio.
Ma l’ho molto ammirato diciassette anni dopo, quando, al congresso di scioglimento dei Ds che preludeva alla fondazione del Pd, motivando la sua decisione di non entrare nel nuovo partito pronunciò le seguenti parole di pietra: "Penso che si stia imboccando una strada che porta la sinistra non a rinnovarsi, come pure è necessario, ma a perdersi. Io mi fermo qui". Non prima di aver aggiunto, rendendo conto con onestà del cammino percorso dall’89 in poi: "Sono stato fra i protagonisti della svolta dell’89. Eravamo un gruppo di giovani, con Achille Occhetto segretario, che si presero la responsabilità di sciogliere il Pci, pensando che fosse un dovere politico, intellettuale, morale fare i conti con la caduta del movimento comunista internazionale. Ma questa svolta di oggi non è in continuità con quella di allora. Al contrario, penso che sia figlia di un fallimento, che sento anche mio".
"Fermarsi lì" non significò per Mussi chiudere con la politica, ma al contrario aprire una nuova stagione con Sel, dove ci riincontrammo più e più volte. Fabio era un politico colto, e quello che più mi piaceva delle nostre chiacchierate era la sua capacità di passare dal tasto umanistico a quello scientifico con rara agilità. Quella che non abbiamo e che ci servirebbe tanto oggi, di fronte a un cambiamento vorticoso che spesso non riusciamo a comprendere. Ciao Fabio, e un grande abbraccio a Luana."


Elisabetta Piccolotti:

"Quando dalla presidenza annunciavano che la parola sarebbe toccata a Fabio immediatamente tutti noi lasciavamo le nostre chiacchiere di corridoio per ascoltarlo con appassionato silenzio. Sapevamo che ci avrebbe illuminato qualcosa che ci appariva confuso, che avrebbe offerto un punto di vista originale e acuto, che ci avrebbe convinti e convinte della necessità di imboccare una strada e percorrerla con assoluta determinazione.
Sapevamo anche che ci avrebbe strappato un sorriso con qualche battuta tagliente e che probabilmente avrebbe citato un libro che saremmo corsi a comprare il giorno dopo.
Fabio era la potenza della direzione politica unita alla raffinatezza della ricerca intellettuale. Conoscere e frequentare Fabio, lavorare con lui alla costruzione di un partito, è stato uno straordinario dono. Da lui si poteva imparare a pensare che in fondo è la condizione irrinunciabile per essere liberi e libere.
È grazie a lui, per raccontare un episodio tra mille, che abbiamo letto ‘Non pensare all’elefante’ di Lakoff e cambiato il nostro modo di parlare del mondo. È anche grazie a lui che la sinistra concentrata sulle questioni operaie e industriali ha imparato a pensare al pianeta e alla limitatezza delle sue risorse. E dobbiamo dire grazie a Fabio anche per la forza con cui difendeva la razionalità politica del pacifismo.
Sono tanti, tantissimi grazie, che mostrano quanto Fabio abbia saputo segnare il suo tempo coltivando la speranza del cambiamento in un mondo terribile.
Ci mancherà, davvero tanto".

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