Post referendum
Ovvero come fare sempre la cosa sbagliata
mercoledì 25 marzo 2026
Pubblichiamo un post di Lorenzo Tosa
Mettetevi comodi.
Perché quello che c’è dietro le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi, a quelle mancate di Santanché e a quelle minacciate da Nordio è uno scenario che supera ogni umana immaginazione.
E merita di essere raccontato dall’inizio.
In pratica, ieri la premier Giorgia Meloni, furiosa per la sconfitta al Referendum, invece di presentarsi davanti alla stampa, riconoscere la sconfitta e ammettere le proprie responsabilità e chiedere scusa agli italiani per una campagna elettorale sconcertante, cosa fa?
Si trincera a Palazzo Chigi furibonda e dà avvio a quello che l’Ansa definisce un “redde rationem” pretendendo la testa di tutti quelli che hanno indagini o scandali imbarazzanti.
Perché - tenetevi fortissimo - “la giustizia è storicamente un tema caro alla destra e va assolutamente recuperato”.
Giustizia e destra nella stessa frase. Fa già ridere così…
Ma Meloni tira dritta, e allora via prima Bartolozzi, poi il fedelissimo Delmastro.
In pratica, un mini-azzeramento della Giustizia all’insaputa dello stesso ministro Nordio. Che infatti minaccia di dimettersi a sua volta e viene fermato dalla stessa Meloni, ormai sull’orlo di una crisi di nervi.
Infine toccherebbe a Santanché.
Solo che la Pitonessa risponde due volte privatamente picche.
Al punto che Meloni è costretta a chiedergliele pubblicamente, ma anche lì Santanché resiste: “Il mio caso è diverso, vado avanti”.
Siamo ormai alla figuraccia epocale: una premier che non riesce neanche a farsi rispettare da Santanché che dovrebbe fare la voce grossa in Europa e nel mondo tra Trump, Putin e Iran.
Ce ne sarebbe già abbastanza, ma Meloni a quel punto arriva alla decisione estrema: minaccia il ritiro delle deleghe.
È successo solo una volta nella storia della Repubblica che un ministro è arrivato al punto di essere sfiduciato individualmente dal Parlamento, con i voti della sua stessa maggioranza, ma era un governicchio tecnico di larghe intese, a guida Lamberto Dini.
La verità è che Meloni, invece di assumersi le proprie responsabilità, ha preferito scaricare tutto su colonnelli e capitani, nel tentativo disperato di recuperare un minimo di credibilità e autorevolezza dopo la Waterloo del Referendum.
Ma le è andata malissimo.
Ce ne sarebbe abbastanza per presentarsi al Colle e rimettere il proprio mandato al Presidente della Repubblica per manifesta instabilità, politica e non solo.
Doveva essere il giorno del “primato della politica”.
Sarà ricordato come il giorno del primato di Daniela Santanché.