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Sul tempo che viene

martedì 24 novembre 2020


Nel suo ultimo articolo (Sul tempo che viene- Quodlibet - 23/11/2020) Agamben parla di questo periodo come di un periodo di transizione dal vecchio mondo, non più sostenibile ”Tramonta l’età delle democrazie borghesi, coi suoi diritti, le sue costituzioni e i suoi parlamenti; ma, al di là della scorza giuridica, certo non irrilevante, a finire è innanzitutto il mondo che era iniziato con la rivoluzione industriale e cresciuto fino alle due – o tre – guerre mondiali e ai totalitarismi – tirannici o democratici – che le hanno accompagnate.”, a un nuovo mondo, che sarà sicuramente peggiore del primo e i lineamenti del quale sono noti, per ora, solo “alle potenze che governano il mondo”, che non debbono per forza essere identificate nei governi.
Si capisce il perché le potenze che governano il mondo si siano decise a ricorrere alla “biosicurezza e al terrore sanitario” e “ciò è perché temevano secondo ogni evidenza di non aver altra scelta per sopravvivere.”. Ma perché, continua, le masse, la gente comune, ha aderito a queste ingiunzioni? “ E se la gente ha accettato le misure dispotiche e le costrizioni inaudite cui è stata sottoposta senza alcuna garanzia, ciò non è soltanto per la paura della pandemia, ma presumibilmente perché, più o meno inconsapevolmente, sapeva che il mondo in cui aveva vissuto fin allora non poteva continuare, era troppo ingiusto e inumano.
Va da sé che i governi preparano un mondo ancora più inumano, ancora più ingiusto; ma in ogni caso, da una parte e dall’altra, si presagiva in qualche modo che il mondo di prima – come si comincia ora a chiamarlo – non poteva continuare.” Aggiunge alcuni ovvi corollari alla sua tesi: “Vi è certamente in questo, come in ogni oscuro presentimento, un elemento religioso. La salute si è sostituita alla salvezza, la vita biologica ha preso il posto della vita eterna e la Chiesa, ormai da tempo abituata a compromettersi con le esigenze mondane, ha più o meno esplicitamente acconsentito a questa sostituzione.”
E poi una chiusa che indubbiamente colpisce (forse è da eccepire qualcosa sul “bagnasciuga”):” Non rimpiangiamo questo mondo che finisce, non abbiamo alcuna nostalgia per l’idea dell’umano e del divino che le onde implacabili del tempo stanno cancellando come un volto di sabbia sul bagnasciuga della storia.
Ma con altrettanta decisione rifiutiamo la nuda vita muta e senza volto e la religione della salute che i governi ci propongono. Non aspettiamo né un nuovo dio né un nuovo uomo – cerchiamo piuttosto qui e ora, fra le rovine che ci circondano, un’umile, più semplice forma di vita, che non è un miraggio, perché ne abbiamo memoria e esperienza, anche se, in noi e fuori di noi, avverse potenze la respingono ogni volta nella dimenticanza.”
Ora, siamo più o meno d’accordo su questo, ma qualche perplessità rimane a proposito di questa “umile, più semplice forma di vita” da praticare qui e ora, tra le macerie del vecchio mondo. Mi ricorda i dilemmi dello psicologo Kris Kelvin di Solaris (Tarkovskij 1972).
Tornare sulla terra nell’isba del vecchio padre? (troppo lontano, il padre morirà nel frattempo).
Tornare sulla stazione orbitante e alla difficile convivenza con il clone –fantasma della ex moglie Hari, suicidatasi anni prima e resuscitata dal plasma intelligente di cui è composta la superficie di Solaris con un assemblaggio non di atomi ma di neutrini, il che la rende invulnerabile e in grado di abbattere a cazzotti una porta blindata d’acciaio, che eventualmente ti fossi chiusa alle spalle nel tentativo di isolarti? (Non consigliabile).
Oppure trasmettere il proprio elettroencefalogramma al plasma di Solaris (il nuovo mondo ) sperando che esso risponda all’esigenza di una “umile più semplice forma di vita”? E ritrovarsi, come per miracolo, nella vecchia isba paterna, con i primi fiocchi di neve che cadono, il vecchio padre alla veranda e il cane lupo festante, salvo scoprire (nella famosa carrellata indietro finale) che il tutto non è che un’isoletta comparsa sulla superficie di Solaris in risposta all’elettroencefalogramma inviato da Kris.
O ritrovarsi, solo, nell’abbazia a cielo aperto di S. Galgano, con una candela accesa in mano, nella notte scura ? ( Tarkovskij -Nostalghia 1983).

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