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Un giorno perfetto

Dal romanzo omonimo di Melania Mazzucco, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek presentato a Venezia.

giovedì 18 settembre 2008, di Sandra Avincola


In questo film di Ferzan Ozpetek il dolore percorre, come una corrente sotterranea, la cronaca di un giorno nella vita di persone come tante: un giorno “perfetto”, come recita il titolo, anche se lo spettatore comprende ben presto che la perfezione attiene, in questo caso, alla sofferenza, all’incomunicabilità, alla follia, a una lunga e irremissibile discesa negli inferi.
Ozpetek già altre volte ci ha mostrato quel che si cela dietro i tanti aspetti ingannevoli dell’apparenza: veri e propri drammi umani, ferite immedicabili dell’anima poco visibili a occhio nudo; ma in questa sua ultima fatica la ricerca delle ragioni – psicologiche, individuali, morali – che portano un essere umano al punto di non ritorno sono indagate con particolare perspicuità.
I motivi di ordine, diciamo così, “sociale” del disagio e del male di vivere, vengono analizzati obliquamente e quasi controvoglia, come se il regista fosse convinto che la vera radice del male sia, al giorno d’oggi, di natura squisitamente esistenziale.
Ed ecco che la perdita dell’impiego da parte di Emma, per motivi obiettivamente “ingiusti” come la non più giovane età, o l’estromissione dai giochi del potere dell’onorevole ormai bollato da un’incombente condanna nel terzo grado di giudizio, vengono, sì, ad abbozzare un quadro delle tante disfunzioni sociali nell’Italia contemporanea: ma sono aspetti che rendono più radicale e senza vie d’uscita una situazione già segnata all’origine dalla perdita dell’innocenza, dal contatto greve e contaminante con il male originario. I personaggi si sfiorano, si toccano, si avvincono e si separano con il convincimento, di cui ognuno nel mistero del proprio essere è portatore, che niente e nessuno riuscirà a farli uscire dalla plumbea gravezza nella quale paiono essere precipitati.
Emma (una Isabella Ferrari straordinariamente intensa) pensa di potersi rifare una vita, accanto ai figli e lontano da un marito violento che l’aveva ossessionata con la sua gelosia: ma dentro di sé continua a sentirsi asservita alla passione che a lungo l’aveva legata a lui, ed è, questa sua ambivalenza psicologica e sessuale, l’amo che uncina disperatamente a lei Antonio (Valerio Mastandrea, qui nella sua prova d’attore forse più convincente), fino a un epilogo che non potrà non essere tragico.
Ed è, questo, tanto vero, che per poterlo rendere adeguatamente la storia (tratta dal romanzo omonimo di Melania Mazzucco) si affida all’atemporalità del mito, sia pure in versione rovesciata: qui è Giasone/Antonio che medita contro Medea/Emma la più atroce delle vendette, e non è Fedra (la seconda moglie dell’onorevole, Nicole Grimaudo) che ama e tenta di sedurre il figliastro Ippolito, ma è costui che ama di struggente, monomaniaco amore la sua giovane matrigna. Gli altri personaggi, tutti perfettamente “in tiro” e in grado di lasciare il segno sia pure quando siano solo dei camei (la madre di Emma, Stefania Sandrelli; l’insegnante della figlia adolescente di Antonio ed Emma, Monica Guerritore; la dottoressa, Angela Finocchiaro, che percorre come un’ombra silenziosa e dolente tutto il film) poco possono, quand’anche lo vogliono, opporsi all’irrevocabilità di eventi già ontologicamente volti verso la tragedia.
La violenza di un temporale segnato dal rombo profondo dei tuoni segna acusticamente l’inizio del film, con un lungo piano-sequenza sul sonno dei protagonisti principali, e la sua conclusione: un temporale che si abbatte su una Roma insolitamente “notturna”, ostile, respingente, e che si fa paradigma stesso del male di vivere. Non riusciamo a comprendere le riserve dei critici, che a Venezia sono stati poco benevoli nei confronti di questo film (peraltro accolto con calore dal pubblico presente alla 65a Mostra del Cinema).
Forse – è solo un’ipotesi – qualcuno ha pensato che sia stata messa troppa carne al fuoco: ma complessa, e a volte inestricabile nei suoi intrecci perversi d’amore-odio, è la natura stessa del sentimento amoroso. Che a qualcuno dia fastidio essere costretto ad affacciarvisi?

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