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Conoscenza

Scuola, tutte le misure della riforma Gelmini

Il disegno del governo potrebbe produrre effetti disastrosi. Vediamo perché.

martedì 23 settembre 2008

Articolo di Luisella De Filippi pubblicato su Rassegna.it


È al quinto posto nelle classifiche internazionali per i buoni risultati dei suoi alunni, la scuola elementare italiana. E allora perché cambiarla, si domanda perfino l’ufficio stampa della Cei, insieme naturalmente a tutti quelli che, dal mondo della cultura e della politica, assistono allo scempio che ne farà questo governo, se non riusciremo a fermarlo, per mano di un ministro che brilla per incompetenza e sudditanza al ministro Tremonti. Di scuole elementari ce ne sono in ogni paese, anche in quelli piccoli sulle montagne, che abbondano nel nostro paese, o nelle piccole isole e chi conosce queste realtà sa che la chiusura di una scuola elementare rappresenta spesso per quelle comunità l’inizio della disgregazione, la negazione di un tratto identitario fondamentale.
Nei centri cittadini come Milano e Bologna in testa, ma anche in tantissimi altri al nord (meno al centro e pochissimo al sud) è diffuso il modello di scuola a tempo pieno, un tipo di scuola nato dalla spinta culturale degli anni ’70, che ha attraversato i decenni incontrando il consenso ampio delle comunità ospitanti tanto che numerosi coordinamenti di genitori e insegnanti hanno dato vita ad un movimento che ha salvato il tempo pieno dai propositi distruttivi di Moratti e ora anche Gelmini è costretta ad assumere un atteggiamento difensivo rassicurando le famiglie che non toccherà il tempo pieno.

Il tempo pieno
Le scuole a tempo pieno sono il 24,1 per cento di tutte le scuole elementari e sono collocate in grandissima parte al nord, tutte le altre scuole elementari sono organizzate a moduli. Il tempo pieno ha una dotazione base di due docenti per classe, un orario di funzionamento di 40 ore settimanali, e deve avere strutture come le mense e un servizio di trasporto. Alla dotazione base di due docenti per classe può aggiungersi il docente di lingua straniera, quello di religione e quello di sostegno, nel caso vi sia presenza di alunni diversamente abili o nel caso il team di base non abbia il titolo per insegnare la lingua straniera e non si dichiari disponibile ad insegnare religione cattolica. Il modello a tempo pieno risponde ad un’esigenza didattica e ad un’esigenza sociale, infatti si è esteso al nord dove il lavoro femminile è più diffuso e il territorio ha risposto favorevolmente ad un modello didattico-organizzativo che non si limitava ad offrire più assistenza ai bambini (per questo il doposcuola poteva essere sufficiente) ma offriva la possibilità di apprendere in tempi distesi, con tante attività in più di gioco, di ricerca, di indagini, di attività di gruppo, un tempo di vita in cui si cresce e si apprende imparando con gli altri e dagli altri. Ben diverso è il tempo contratto della scuola del mattino (quello delle 24 ore tradizionali) dedicato alla trasmissione delle conoscenze, a cui si può aggiungere il doposcuola per quelli che non hanno capito la lezione del mattino, con insegnanti diversi, pagati dal comune. Una scuola povera che dà poco e divide socialmente. Il ministro Gelmini continua a rilasciare dichiarazioni rassicuranti circa la sua volontà di non toccare l’organizzazione della classi a tempo pieno. Questo, se rivela il forte timore per le reazioni, confermando il consenso sociale intorno al tempo pieno, non trova però conferma nell’articolo 4 del dl 137 che promette soltanto che “i regolamenti terranno conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del temposcuola”. Affermazione che si può tradurre in mille modi, dal tempo spezzatino della Moratti, alle ore aggiuntive per gli alunni bisognosi, ma certo non garantisce la tenuta del modello di scuola a tempo pieno.

I moduli

Dall’eredità culturale delle scuole a tempo pieno, sono nate le scuole funzionanti a modulo, e dal ’90 questo modello organizzativo si applica dunque a tutte le scuole elementari che non funzionano a tempo pieno, cioè il 76 % delle scuole italiane, collocate in massima parte al sud. Ciò significa che, se fosse vero che il ministro non vuol toccare il tempo pieno, sarebbe il sud a sostenere il maggior peso dei tagli in questo settore. Questo modello organizzativo supera il maestro unico tuttologo, come il tempo pieno, ma ha la durata di 30 ore settimanali e impiega tre docenti ogni due classi a cui si possono aggiungere i docenti specialisti, come nel tempo pieno. Il funzionamento a modulo deriva dal fatto che le discipline sono accorpate per ambiti disciplinari, quello linguistico, quello matematicoscientifico, quello antropologico, a cui si aggiungono le educazioni, all’immagine, alla musica, alle attività motorie, e la lingua straniera. Ogni team docente si divide gli ambiti disciplinari sulla base di attitudini e preferenze personali e le accorpa secondo un criterio di affinità. Come nel tempo pieno alcune ore della settimana sono gestite in compresenza fra due insegnanti e questo consente lo svolgimento di attività particolarmente complesse o il sostegno ad alunni con particolari necessità. Il principio del tempo disteso e di una didattica attiva vale dunque anche per i moduli, inoltre l’attribuzione ad ogni docente di un ambito disciplinare permette di mettere a frutto competenze specifiche che possono derivare o da un interesse particolare per un ambito disciplinare o da approfondimenti formativi specifici. Insegnanti più competenti, un’organizzazione più flessibile del tempo per andare incontro alle diverse esigenze della classe, un rapporto insegnamentoapprendimento fondato sull’interesse dei bambini e sul loro coinvolgimento attivo, uno studio delle discipline che mira a formare concetti e capacità critiche e non solo a trasmettere nozioni, rappresentano una ricchezza per il nostro sistema scolastico che va a beneficio di tutti i cittadini, un bene comune di cui si avvale la società tutta.

Il maestro unico
Tornare alle 24 ore settimanali, non solo scarica un problema sociale sulle famiglie, ma impoverisce la scuola, fra l’altro non garantisce in tutte le classi l’insegnamento della lingua straniera, mentre non mette in discussione l’ora di religione che, quantunque non obbligatoria, continua ad essere garantita nell’orario obbligatorio. Infatti il maestro unico potrebbe non avere il titolo per insegnare la lingua straniera, in quel caso chi se ne farà carico? I genitori? Il comune? Se il decreto legge diventerà legge, la flessibilità organizzativa che permette di affrontare i mille problemi di una classe, non ci sarà più e la riduzione a uno solo dei docenti, spazzerà via tutta la ricchezza culturale della pluralità di docenti, in una società complessa come quella attuale che invece richiederebbe un’offerta all’altezza dei tempi. Il ministro Gelmini, che deve fare il lavoro sporco per Tremonti di cancellare 90.000 posti di lavoro nella scuola, ritiene invece che la pluralità dei docenti, le compresenze e l’orario di funzionamento lungo, siano uno spreco e un decadimento della qualità e dunque taglia drasticamente posti di lavoro e tempo scuola. Chi pagherà il risparmio che in tal modo si produce? Immediatamente i bambini che verranno privati di una scuola più ricca, poi le famiglie che dovranno riorganizzarsi per curare i loro figli sbattuti fuori dalla scuola per 6 o 16 ore in più, ma se è vero che i bambini rappresentano il futuro e la scuola lavora perché il futuro del nostro Paese sia migliore, allora sarà tutta la nostra società che alla fine verrà privata di un bene comune, con un ritorno brusco al passato, alle divisioni e alle stratificazioni sociali in cui pesano le condizioni economiche delle persone. Inoltre il mondo è diventato molto più complicato, i nostri bambini hanno bisogno di formarsi strumenti adatti ad interpretarlo criticamente, pensiamo alla tecnologia, ma anche alla passività che induce la televisione, al sostegno di una rete familiare che si fa sempre più inconsistente, fragile e assente. I bambini delle nostre classi dunque sono portatori di tutte queste fragilità e insieme sono espressione di una società multietnica, non solo per la presenza concreta di alunni extracomunitari che spesso non conoscono la nostra lingua, ma per i messaggi che li bombardano. Un tempo più lungo, la presenza di due insegnanti nei momenti delicati, come un’attività di gioco esplorativo o durante un’uscita o durante un lavoro di gruppo o per aiutare alunni in difficoltà, non sono uno spreco, sono invece indispensabili per una scuola formativa e di qualità a cui non vogliamo rinunciare. Con il ritorno al maestro unico il passo indietro è evidente e il mondo della scuola lo sa, infatti si sta gonfiando sul territorio una mobilitazione che, per avere pieno successo, ha bisogno anche del sostegno di tutta la società civile.

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