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Stella

giovedì 18 dicembre 2008, di Sandra Avincola


Diciamo pure che, almeno apparentemente, ci si muove nell’area de “Il tempo delle mele” e dintorni: ma a un esame meno superficiale questo lungometraggio di Sylvie Verheyde si caratterizza in senso molto diverso dal fortunato film di Claude Pinoteau, che lanciò, tra l’altro, una giovanissima Sophie Marceau.

Qui non si sacrifica alcunché sul versante della piacevolezza: laddove Pinoteau rappresentava il dolceamaro del passaggio dall’infanzia all’adolescenza con forti concessioni alla spettacolarizzazione dei conflitti vissuti dalla protagonista, con ricerca di note di colore e scadimento nel bozzetto (sia pure felice) nella resa psicologica dei personaggi, qui la regista mette in campo un’opera severa, in cui gli esseri umani sono strettamente correlati agli ambienti d’origine in modo oppressivo e presso che coartante, finché una luce improvvisa lascia intravedere un’ipotesi di riscatto.

Stella, ragazzina undicenne di modesta estrazione sociale, riesce ad iscriversi ad una prestigiosa scuola dei quartieri alti di Parigi, il “Jean La Fontaine”. I suoi genitori, giovani e dotati di una certa volgare avvenenza, gestiscono un bar in un quartiere popolare di Parigi e affittano camere al piano superiore dell’edificio.
La vita della bambina si è sempre svolta a stretto contatto con un’umanità degradata, in cui il gioco delle carte, le partite a flipper, il juke-box che spara musica a tutto volume (siamo negli anni ’70), nonché l’abuso di alcool e di sesso fanno da contrappunto a una vita di espedienti e di diffusa ignoranza. Partendo da queste basi, l’approccio della bambina con la realtà alto-borghese della sua nuova scuola è da paura.
Le compagne di classe la snobbano; gli insegnanti, con il loro linguaggio “alto” e le loro motivazioni culturali, le risultano del tutto estranei e incomprensibili. Per Stella è un succedersi di brutte figure e frustrazioni, che riesce a compensare solo quando, finite le ore di lezione, si lascia riprendere dal suo mondo abituale di falliti e di donne dalla dubbia moralità. Da questa sorta di ottusità morale, in cui anche la differenza tra bene e male acquista contorni sbiaditi, la ridesta la sua compagna di banco Gladys Fernandez, figlia di immigrati argentini.
L’amicizia con Gladys è per Stella la scoperta di un mondo nuovo, dove termini come cultura, armonia familiare, l’ordine anche esteriore di ambienti casalinghi lindi e accoglienti, acquistano per la prima volta un senso ai suoi occhi, mostrandole improvvisamente quanto sporca e disordinata sia la sua stanza, quanto ignoranti e propensi a tradirsi sotto gli occhi della loro stessa figlia siano i suoi genitori.
Progressivamente e quasi inavvertitamente si fa strada in lei il desiderio di accedere all’istruzione, percepita sia pure in modo confuso come unica ipotesi possibile di riscatto dalla miseria morale del proprio ambiente. Stella imprende ad acquistare libri e, quel che è più importante, a leggerli; presta nuova attenzione ai suoi insegnanti e ne scopre i lati migliori; il suo rendimento scolastico comincia a segnare dei miglioramenti, fino a scongiurare la bocciatura che incombeva su di lei.

La mano della regista tratteggia con precisione ambienti e personaggi: l’atmosfera chiassosa e volgare del bar, con le sue tipologie umane colte in pochi tratti caratterizzanti (tra cui spicca l’amico ed ”eroe” di Stella, Guillaime Depardieu, qui nella sua ultima interpretazione prima della tragica morte); l’ambiente un po’ asettico della scuola di prestigio, in cui non mancano però tensioni interne colte con grande finezza; genitori e amici “intellettuali”di Gladys; la casa della nonna, nel nord del paese, dove Stella ha un’amica del cuore.
Eventi e persone vengono filtrati dall’occhio di una bimba undicenne, che il contatto quotidiano con un’umanità disadattata dota di precoce maturità di giudizio (quella che le consente, tanto per fare un esempio, di “metabolizzare” una dolorosa violenza subita ad opera di uno degli affittuari del padre). Un film, in sostanza, che fa luce sui tanti conflitti di quell’età, così delicata e importante per lo sviluppo della personalità adulta, che si colloca fra infanzia e adolescenza.

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