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Canzoni e Sonetti

La cultura inattuale, ma a puntate

martedì 17 febbraio 2009, di Sandra Avincola


Recentemente, su queste stesse colonne, abbiamo espresso un giudizio altamente favorevole sulla fiction in onda la domenica sera su Rai1, “Tutti pazzi per amore”, lodandone il piglio brioso e la felice comunicatività. La nostra opinione al riguardo continua a essere, nella sostanza, favorevole (nonostante la perdita di smalto delle due ultime parti, in cui l’eccesso di pathos ha ingenerato più di qualche stanchezza).
La puntata di ieri sera, però, ci ha fatto sobbalzare, e non dal compiacimento, per un imperdonabile strafalcione ai danni di uno dei nostri più illustri poeti, niente meno che Francesco Petrarca. Non ci si taccia di pedanteria professionale se non possiamo fare a meno di puntualizzare quanto i lavori televisivi, anche i migliori, “scivolino” spesso, per ignoranza o superficialità (la seconda non meno colpevole della prima) sui temi della cultura in genere.
Or dunque, in una delle sequenze d’ambientazione scolastica, l’insegnante di lettere rivolgendosi ai suoi allievi dice che l’amore del Petrarca per Laura trova la sua più compiuta espressione nel “sonetto” (sic!) “Chiare, fresche e dolci acque”. Ci chiediamo a quanti spettatori, in media, abbia toccato i nervi quest’incredibile affermazione: calcolando un’onorevole quota di studenti (quelli che hanno tratto vantaggio dal loro primo anno di liceo, e non solo liceo); aggiungendovi tutti coloro che, in dotazione di un curriculum scolastico dignitoso, serbino buona memoria delle nozioni apprese; concludendo, infine, con onesti insegnanti di lettere, intellettuali e frequentatori più o meno abituali di buone letture, crediamo che il numero complessivo sia piuttosto congruo.
Tutte queste distinte categorie umane si saranno sentite del pari colpite dalla definizione, totalmente errata, del suddetto testo come “sonetto”, quando si sa benissimo che esso è una “canzone”, una gloriosa, sublime canzone.

A questo punto sorge spontanea la domanda: è possibile che nessuno, nel momento in cui veniva girata questa scena e in quello successivo della sua revisione in sede di montaggio, si sia reso conto dell’erroneità di tale definizione? Nessun giovane dei tanti che partecipavano alla scena, nessun attore, né tecnico televisivo né regista, hanno avuto, che so, un sobbalzo interiore? E l’avrebbero avuto invece, questo sobbalzo, se si fosse affermato che Totti è un terzino o Zarate un mediano di spinta? Confessiamo che il quesito in sé ci è parso tutt’altro che peregrino, anzi: esso induce a qualche ulteriore riflessione sull’incultura televisiva imperante.
Basti guardare ai serali programmi di quiz, dove a essere di scena non è mai, nemmeno per sbaglio, la supposta cultura personale dei concorrenti, ma solo il ben più corrivo fattore “c.”. Vediamo così baldi giovani ed ineffabili fanciulle arenarsi di fronte a quesiti che mettono in campo mediocri nozioni di cultura generale; ed il bello è che, di fronte a questa Caporetto dell’intelligenza e del buon senso, la maggior parte di loro si schermisca dietro un “non ero ancora nato”, come se ogni cognizione del passato dovesse perdersi a ogni cambio generazionale.
Che dire quando questi stessi concorrenti si mettono a “ragionare”? E cosa s’intende con questo? Si può forse ragionare sull’assenza totale di dati, senza una base minima di conoscenze relative all’argomento? Quanto tutto questo sia diseducativo, nonché celebrativo dell’incultura contemporanea che dilaga sul piccolo schermo, dovrebbe essere visibile a tutti. Ed invece non lo è, a giudicare dall’imperversare di programmi all’insegna del più terrificante cattivo gusto (come i “reality”, dove il malcapitato di turno sbrodola davanti a compiacenti conduttrici il proprio vissuto senza alcuna forma, neppure residua, di pudore, con le telecamere che fanno spreco di primi piani all’americana sulle sue lacrime e sulle imperfezioni della sua pelle).
Dovremo rassegnarci a considerare la cultura come qualcosa di tragicamente (e definitivamente) inattuale nell’offerta della televisione generalista? E, oltre che alla cultura, dovremo rinunciare anche all’onestà intellettuale di veder chiamare le cose con il loro nome?

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