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The reader - A voce alta

giovedì 26 febbraio 2009, di Sandra Avincola


Questo è uno di quei film cui soltanto la corretta impostazione della prospettiva di lettura conferisce, prima ancora che dignità estetica, credibilità: e se si tiene conto che tale impostazione non appare affatto scontata, si può facilmente inferire come e perché esso possa essere al centro di giudizi di valore del tutto contrastanti.
Presentato alla Berlinale 2009, a una lettura superficiale “The reader” può facilmente iscriversi nel solco di quei film che “rileggono”, non senza qualche ambiguità, il difficile tema dell’olocausto e delle responsabilità (storiche, morali e umane) del popolo tedesco, in particolare di quei tedeschi che si caricarono individualmente dei compiti connessi allo sterminio nei campi di concentramento.
In realtà il film, pur toccando marginalmente il tema suddetto, viene ad essere una sorta di apologo sul male e su ciò che in primis lo partorisce: l’ignoranza, nella fattispecie il non-possesso delle facoltà minime che rendono una persona in grado di leggere e scrivere.
La tesi di fondo dell’opera di Stephen Daldry (tratta da “Leggere a voce alta, di Bernard Schlink) è infatti questa: l’ignoranza del bene si collega direttamente alla possibilità della colpa, e il bene non può prescindere da un processo di umanizzazione posto in essere dalla cultura, ovvero dal passaggio obbligato attraverso quanto di meglio ha prodotto il genio umano. È lì che si raccoglie tutto il bello, il buono e il giusto che ingentiliscono l’animo e lo fanno uscire dalla condizione di ferina brutalità cui altrimenti tenderebbe.
All’interno di questa prospettiva, ecco che il “romanzo di formazione” dell’adolescente Michael nella Germania degli anni ’50, propiziato dall’incontro con una donna che ha il doppio dei suoi anni e dalla relazione sessuale che intreccia con lei, acquista il rilievo – non peregrino ma epifanico – di una lezione di vita, di cui il protagonista adulto potrà giovarsi per comprendere tratti della personalità di lei che il tumulto della passione e la giovanile inesperienza del mondo gli avevano impedito di cogliere appieno.
Il film si snoda su più piani temporali, che ci presentano i personaggi in vari momenti della loro vicenda esistenziale: nel dopoguerra, in un paese che tenta faticosamente di ricostruirsi una sua fisionomia morale dopo gli orrori della guerra nazifascista; negli anni ’60, in cui sono soprattutto i giovani a dover svolgere il ruolo doloroso di giudici severi e allibiti degli errori dei loro padri; in una contemporaneità, infine, in cui l’eco del male passato è diventato coscienza ineludibile con cui non si smette mai di fare i conti.
Su questo sfondo, la storia di Michael che, tra un amplesso e l’altro, viene chiamato continuamente dalla donna di cui è innamorato al ruolo di “lettore” (di testi scolastici, di classici greco-latini, di racconti di Cechov …) acquista il rilievo di percorso iniziatico nei misteri di un’anima: l’anima di Anna, la sua amante, che – come scoprirà molti anni dopo esserne stato abbandonato – cela un passato di sorvegliante-aguzzina presso il campo di sterminio di Auschwitz, in cui obbligava le giovani internate a leggerle ad alta voce i libri più disparati …

Il film ci mostra che il non-accesso alla cultura può determinare, nel momento stesso in cui inibisce il possesso di quegli strumenti che affinano l’intelligenza e acuiscono la sensibilità, una svolta negativa nei destini individuali: e lo mostra con la forza delle immagini, con la faccia inespressiva di una Kate Winslet inebetita dall’ignoranza e che, quando si renderà conto del male assoluto cui ha preso parte, vedrà una sola via d’uscita, scontata e terribile.
L’attrice (di recente insignita con l’Oscar per la sua interpretazione in “Revolutionary road) ha accettato di apparire invecchiata e imbruttita. Qui ci fornisce una prova di grande maturità, con una recitazione che gioca sulla sottrazione e che vive soprattutto di intensi primi piani. Inoltre – udite udite – crediamo sia questa una delle ultime possibilità di vedere sul grande schermo un seno di donna (per l’appunto il suo) al naturale, non gonfiato artificialmente col silicone. Ralph Fiennes è convincente nel ruolo di Michael adulto; delizioso, come sempre, Bruno Ganz in quello di un professore universitario. Belle le ricostruzioni ambientali.


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