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Gran Torino

giovedì 26 marzo 2009, di Sandra Avincola


Gran ritorno di Clint Eastwood al ruolo di attore, in questo film da lui stesso diretto, dopo le sempre più mature prove di regia dei suoi ultimi film. Si ha l’impressione che ormai gli sia sufficiente inarcare un sopracciglio o rendere un poco più amara la piega delle labbra per dare un’ulteriore connotazione al personaggio da lui interpretato. Anche quando, come nel caso del Walt Kowalski di “Gran Torino”, il personaggio in questione è tutto meno che accattivante, anzi: la prima parte del film ci da il ritratto di un uomo per molti tratti “respingente”.
Veterano della guerra di Corea, dove ha ucciso “tredici uomini e forse di più”, padre pochissimo amato da due figli con cui non ha mai saputo intrattenere un dialogo degno di questo nome (nonché vedovo recente e inconsolabile), Walt si ritrova a vivere con fare vagamente disgustato una vita che non ha più motivo d’interesse per lui. I suoi vicini di casa, in un quartiere che i “wasp”hanno disertato, abbandonandolo alle minoranze etniche d’origine ispanica, nera e asiatica, sono per l’appunto degli asiatici d’etnia Hmong. Walt guarda con disprezzo di marca razzista alle abitudini, per lui incomprensibili, dei componenti di questa famiglia, rispetto alla quale cerca di mantenere le più assolute distanze. Unici suoi conforti sono la lettura nel portico di casa, in compagnia del suo cane e di un consistente numero di lattine di birra. Il giovane parroco d’origine irlandese, cui la moglie di Walt aveva raccomandato la cura dell’anima del marito, tenta invano di scuoterlo dal suo torpore e di convincerlo a confessarsi, invano. Finché qualcosa succede: testimone involontario di alcuni episodi di violenza ai danni dei più giovani dei suoi vicini, Walt non sa resistere al suo abito di “militare giustiziere”, e prende le difese prima di Tao, adolescente complessato alla penosa ricerca di se stesso, quindi della sorella di lui, Sue, da un gruppo di teppisti asiatici che imperversano nel quartiere.
Questi costringono il ragazzo a tentare il furto della stupenda macchina (la “Gran Torino” del titolo) che fa bella mostra di sé nel garage di Kowalski, per una sorta d’iniziazione forzata alle imprese del gruppo. Walt sorprende Tao e sventa l’azione criminosa, ma con enorme sorpresa vedrà la sua casa trasformarsi in luogo di pellegrinaggio dove i vicini recano doni, a parziale risarcimento del tentativo di furto subito. Nel suo animo indurito comincia a farsi strada un involontario apprezzamento dei valori diversi, ma tanto più apprezzabili dei suoi, di gente che riconosce un ruolo fondamentale ai legami familiari, al senso dell’onore, alla gratitudine: soprattutto se pone in confronto tutto questo con il vuoto affettivo e morale in cui veleggiano i propri figli, per non parlare dei nipoti che lo considerano niente più che un vecchio bizzarro e insopportabile. Egli comincia così a instaurare un rapporto di brusca amicizia con i due ragazzi: apprezza l’intelligenza e la spontaneità di lei, mentre inconfessate pulsioni paterne lo inducono a tentare di fare di Tao un uomo, avviandolo a un lavoro, consigliandolo sui comportamenti “virili” da assumere nelle più svariate circostanze, svolgendo insomma quel ruolo di padre che il ragazzo, orfano da quando era piccolissimo, non aveva mai conosciuto. A questo punto si assiste a un deciso – e forse inaspettato – volgere del film dai toni comico-satirici del conflitto di culture al dramma. Non sveleremo quali eventi ne siano all’origine: basterà dire che la violenza più cieca, figlia del degrado e del vuoto esistenziale di certe frange di popolazione giovanile, imprime un’improvvisa, tragica accelerazione agli eventi, fino alla “catarsi” finale.
Il film ha avuto negli Usa critiche d’alterna fortuna, soprattutto per questo trascorrere dalla durezza della rappresentazione iniziale (il vecchio militare dall’animo segretamente tormentato dagli spettri della sua vita passata; i fallimenti personali e famigliari; l’insofferenza verso “l’altro da sé”; l’irrisolto rapporto con Dio) all’umanizzazione crescente del personaggio, fino ai risvolti “cristologici” finali (rinuncia all’esercizio della violenza; etica del sacrificio e dell’amore per i deboli e gli oppressi; volontà di riscatto dei propri errori). Francamente non condividiamo queste critiche, anche perché lo schema del film riproduce, cambiandone soltanto i parametri ambientali, lo schema di tanta filmografia americana, anche dello storico genere western, dove il bene “deve” poter vincere sul male e aprire agli occhi dello spettatore una prospettiva d’ottimismo e di speranza. Certo è che Eastwood stipa nel finale del film una serie di elementi narrativi e simbolici che tolgono alla storia parte della sua credibilità, trasformandola in una sorta di apologo morale: però lo fa con una classe infinita, avvalendosi dell’aiuto di un ottimo staff di attori e dell’apporto di una sapiente sceneggiatura che sa dosare abilmente humour e “suspense.”


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