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Liberamente tratto...

Troppe licenze per il David Copperfield televisivo

martedì 28 aprile 2009, di Sandra Avincola


Se nella vostra vita, per un singolare eccesso di sfortuna, non vi è mai occorso di leggere “David Copperfield” di Charles Dickens (ma ne siete proprio sicuri? nemmeno da ragazzi, in una di quelle edizioni ridotte per l’infanzia, vi siete mai imbattuti in quest’opera superba?); se, per un ancor più singolare concorso di circostanze sfavorevoli, avete visto sul primo canale TV la miniserie in due parti “liberamente tratta” dal capolavoro dickensiano, ebbene, in tal caso avrete avuto la prova tangibile di come si possa prendere un romanzo famoso e farlo a pezzi: vale a dire, semplicemente e “serenamente”, distruggerlo.

Attenzione, dunque: la dicitura “liberamente tratto“ (o “ispirato”, che promette eventi ancora più spiacevoli), non sempre contrabbanda la licenza di ridurre, amputare e ricomporre in un’unità accettabilmente armonica un’opera che l’estrema complessità del ”plot” e l’incredibile ricchezza di personaggi renderebbero poco idonea come base per un’eventuale riduzione cinematografica; né si è fatto ricorso a tale libertà per attualizzare il contesto ambientale, magari riconducendolo ai nostri tempi (chi non ricorda il godibilissimo “L’isola proibita” di Fred M. Wilcox? Il film, “liberamente ispirato” a “La Tempesta” di Shakespeare, non solo postdatava l’azione al 2200, ma addirittura l’ambientava in un altro mondo, sicché i marinai naufraghi del capolavoro scespiriano erano qui degli astronauti in missione su un pianeta alieno). In un caso o nell’altro, il precetto primario dovrebbe essere quello di non tradire lo spirito informatore dell’opera originaria: cosa che riusciva perfettamente ai vari Daniele D’Anza, Giacomo Vaccari, Anton Giulio Maiano e Sandro Bolchi nei famosi “romanzi sceneggiati” televisivi degli anni ’50 e ’60. Erano, quelli, prodotti di grandissima qualità, che portavano nelle case degli Italiani i romanzi di Dostoevskij e Tostoj, delle sorelle Brönte e Maupassant, il tutto con il massimo rispetto e infinita umiltà da onesti artigiani del piccolo schermo. Si percepiva chiaramente che, prima di porre mano al lavoro di sceneggiatura, l’opera era stata amorosamente letta e vagliata, analizzata con scrupolo da filologo, affinché i tagli – necessari ma pur sempre dolorosi – non ne alterassero la fisionomia originale. Quello che abbiamo visto nelle due serate del 26 e 27 aprile è, invece, una delle operazioni di rilettura di un romanzo famoso più insensate, e di una insensatezza il cui scopo principale ci sfugge. I romanzi dickensiani funzionano come un perfetto congegno a orologeria: l’autore piazza le sue “cariche” esplosive in punti neutri della sua narrazione, consapevole che essi avranno il loro effetto detonatore quando e come gli parrà più opportuno. Pur in presenza di trame talora estremamente complicate (basti ricordare, tanto per citare i casi più famosi, “Our mutual friend” e “Bleak House”, quest’ultimo quasi una spy-story d’altri tempi), Dickens non perde mai il controllo della situazione, e solo con lo svolgersi degli eventi il lettore scoprirà che ogni singolo elemento aveva avuto la sua ben precisa ragion d’essere nell’economia della storia.

Nel caso di “David Copperfield” il protagonista stringe da bambino, nel collegio di Salem House, due amicizie che poi si riveleranno molto importanti e ricche di sviluppi futuri nella storia umana dell’adulto: James Steerforth e Tommy Traddles. È molto importante che questi due personaggi siano rappresentati vicini fisicamente, ma del tutto lontani e irriducibili l’uno all’altro, perché quello che l’idealista David, affascinato dalla parte “angelica” di Steerforth, non riesce a cogliere, viene percepito con estrema chiarezza dal pragmatico Traddles, che non a caso ha una vista così acuta della vera natura degli esseri umani da disegnare sempre e soltanto scheletri. Traddles non solo non si farà mai sedurre da Steerforth, ma nutrirà sempre per lui sensi poco amichevoli, e nemmeno la mediazione di David, penosamente diviso fra queste due amicizie, varrà a fargli cambiare idea. Ora, che diventa tutto ciò nel film di Lo Giudice? Traddles viene d’arbitrio eliminato dalla scolaresca di Salem House e catapultato (a qual fine?) nella ditta importatrice di vini “Murdstone&Grimby: in questo modo la sua ottica non potrà mai esercitare, come succede nel libro, il ruolo di coscienza lucida dell’amico David.
Altra incredibile (e incomprensibile) licenza: David non conosce il signor Micawber nelle vesti dell’uomo perennemente inseguito dai debitori e padre di una già cospicua figliolanza (il che ha la funzione di mostrarci – con la necessaria “pruderie” indotta dall’epoca vittoriana - il legame di reciproca attrazione sessuale che cementa la coppia dei Micawber pur nell’ambito di una difficile situazione familiare): qui lo incontra la prima volta nell’improbabile veste di un filantropo che lo conduce a casa propria dopo che ha subito un’aggressione per le strade di Londra. Altra assurda “zeppa”: David non si rapporta al sig. Spenlow come praticante legale nello studio londinese di costui (cosa che spiega la soggezione che il giovane proverà per il suo superiore, e la necessità di mantenere segreto il legame affettivo con la figlia Dora), ma da avvocato già affermato, dunque in un rapporto da pari a pari. L’elenco potrebbe continuare all’infinito: Dora non muore qui di lenta consunzione per una malattia incurabile, ma in seguito a un aborto spontaneo (?!); Emily, sedotta e abbandonata dal perfido Steerforth, viene “tranquillamente” riaccolta a braccia aperte dal promesso sposo Ham per vivere insieme a lui felice e contenta, mentre nel romanzo uno dei punti di più intensa drammaticità sarà la morte dello stesso Ham, durante il generoso tentativo di salvare il suo rivale da un naufragio.
Nessuna situazione è stata resa con un minimo di fedeltà al testo originario, né è stata rispettata l’integrità di alcun dialogo: tutto è stato stravolto, quasi che la perfetta macchina narrativa di Dickens debba avere bisogno di ritocchi per essere a tutt’oggi funzionante. L’esito è stato quello di una storia incongruente e d’incredibile pesantezza (dove è andata a finire la levità, quasi miracolosa, di questo celebrato capolavoro?), con battute degne dei più bassi prodotti della narrativa “rosa”.
A questo punto ci chiediamo: ma se niente, proprio niente del David Copperfield dickensiano è parso loro ancor valido e proponibile al pubblico televisivo, perché regista e sceneggiatori si sono presi la briga d’ispirarsi, sia pure “liberamente”, a quest’opera? A chi abbia poi sperato di vedere almeno “i dolci chiari occhi” dell’angelica Agnese, l’ennesima, bruciante delusione. Personalmente non abbiamo nulla contro Maya Sansa, attrice che ha già fornito più di una prova convincente. Ma il perché una trentacinquenne dai tratti inconfondibilmente mediterranei (la Sansa è italo -iraniana) abbia dovuto interpretare la “fanciulla” Agnes Wikefield, è qualcosa al di fuori della nostra comprensione. Possibile che non ci fosse un’attrice d’età più adeguata al ruolo e d’aspetto più verosimilmente anglosassone? Tanto dilettantismo (o pressapochismo?) non ha giustificazioni. Sì, lo sappiamo: la nostra tv , come recita il noto tormentone, “non è la BBC”. Gli Inglesi, loro sì, sanno come rendere giustizia ai propri romanzi. Sanno riconoscere la “sacralità” di un capolavoro, rispettare le legittime aspettative di legioni di lettori che, in tutto il mondo, fremono di fronte ad ogni alterazione di testi tanto venerati. Non c’è opera importante della loro grande tradizione narrativa che non sia stata adattata, con ottimi risultati, per la televisione britannica: si tratta di prodotti di grande dignità, con attori sempre “in parte” scelti fra i migliori disponibili sulla piazza.
Del “David Copperfield” sono state fatte due riduzioni televisive recenti (1999 e 2000) , la prima di produzione inglese e l’altra (una coproduzione irlandese – americana) con Sally Field nella parte della zia di David. Ovviamente quella inglese offre una lettura più “filologica” del testo, ma anche quella statunitense, a parte un incontro “ad effetto” fra David e il patrigno nella parte finale, rispetta sostanzialmente la lettera del romanzo: eppure i tempi televisivi sono più o meno gli stessi della produzione nostrana, due parti da due ore circa ciascuna.
Ci chiediamo come reagiremmo qui in Italia di fronte a un “libero adattamento” straniero dei “nostri” Promessi Sposi. Forse non ci farebbe molto piacere imbatterci in una Lucia Mondella bionda e con gli occhi azzurri, o vedere – che so io? – la Monaca di Monza trescare con don Abbondio.

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