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Uomini che odiano le donne

Dal primo romanzo della triologia Millennium

martedì 2 giugno 2009, di Sandra Avincola


È un peccato che il giornalista svedese Stieg Larsson, autore della trilogia di romanzi polizieschi “Millennium”, sia morto d’infarto nel 2004 prima di poter assistere al successo planetario dei suoi libri: tradotti in 25 lingue, ne sono stati venduti ben 8 milioni di copie in tutto il mondo.
Così come è un peccato che non abbia potuto assistere alla trasposizione cinematografica del primo romanzo della saga, “Uomini che odiano le donne”, per la regia di Niels Arden Oplev: ne sarebbe restato di sicuro compiaciuto.
Non è difficile prevedere che gli altri due film tratti dalla trilogia, “La ragazza che giocava con il fuoco” e “La regina dei castelli di carta”, in uscita tra il prossimo autunno e la primavera 2010, otterranno un successo di pubblico analogo a quello che ora sta affollando le sale cinematografiche.

Nonostante il film non sia certo per spettatori dallo stomaco delicato, la coerenza della trama, ricca di colpi di scena, e il ritratto psicologico dei personaggi, tratteggiati con mano sicura, non possono fare a meno di catturare l’attenzione: il dipanarsi della storia si segue senza un attimo di stanchezza, nonostante la durata del film sia ragguardevole (due ore e mezza). Del resto ci sono tutti gli ingredienti di un plot mozzafiato: l’eroe di limpida coscienza morale (nella fattispecie, un giornalista che si è visto ritorcersi contro la sua denuncia del marcio che si annida nel mondo dell’alta finanza); una famiglia di facoltosi industriali, che dietro un’apparenza di borghese rispettabilità si rivelerà essere un vero e proprio groviglio di vipere; una giovane donna fortemente segnata nell’anima da un passato di orrore, che aiuterà il giornalista a dipanare una matassa di segreti a tutta prima inestricabile.
Mikael Blomkvist è un giornalista d’assalto, che dalle colonne della rivista “Millennium” combatte la sua personale battaglia contro gli affari loschi del mondo imprenditoriale. In procinto di scontare una condanna a tre mesi di carcere per diffamazione, si vede affidare da un potente industriale, Henrik Vanger, l’incarico di far luce sulla scomparsa – avvenuta quarant’anni prima – della prediletta nipote Harriet. Lunghi anni d’indagine non sono riusciti a chiarire il mistero di questa inspiegabile sparizione, che il vecchio industriale attribuisce al clima di spietata rivalità che da sempre divide i membri della sua numerosa famiglia. Blomkvist accetta l’incarico e si trasferisce, per poter meglio indagare, in un cottage prospiciente il mar Baltico messogli a disposizione dal vecchio industriale.
Ad aiutarlo nella sua difficile indagine sarà, del tutto inopinatamente, una giovane hacker cui è stato dato l’incarico di violare il suo personal computer, al fine di scoprire eventuali magagne nella sua vita e screditarne la credibilità morale. Dapprima difficile, il rapporto fra i due si stringe sempre di più: e sarà grazie alla sinergia dei loro sforzi congiunti che, tra mille pericoli, riusciranno ad affacciarsi su un abisso d’inconfessati, orrendi segreti…
Nonostante il ritmo serrato possa apparentarlo a tanti celebrati capolavori polizieschi d’oltre oceano, il film è d’ispirazione e di sapore decisamente europei. Vi si possono rinvenire, ad esempio, sottili citazioni d’opere di grandi maestri, quali “Blow up” di Antonioni (v. lo studio ossessivo ed analitico che il protagonista fa delle foto che ritraggono Harriet, alla ricerca del lampo epifanico che possa metterlo al centro di una qualche verità).
L’atmosfera che vi si respira è mefitica: a volte sembra quasi di sentirne i miasmi, tanta è la forza senza censura delle immagini che spesso colpiscono per la loro spietata violenza. Il paesaggio nordico d’una Svezia innevata, con distese d’acqua a perdita d’occhio intervallate da sconfinate foreste di conifere, fa da contrappunto allo scatenarsi di passioni inaspettatamente selvagge, dove va a perdersi fin l’ultimo connotato d’umanità: vizi innominabili segnano di crepe invisibili l’apparenza di un vivere solidamente borghese, lasciando dietro di sé una lugubre traccia di sangue.
Ed ecco che, in questa corruzione che sembra aver pervaso ogni membro dell’agiata famiglia, i due improvvisati investigatori acquistano per contrasto un fortissimo rilievo umano: umanissimo è Mikael Blokvist, voglioso di comprendere, ma quasi incapace di cogliere sino in fondo le implicazioni oscure di un groviglio di passioni a lui sconosciute; e ancor più umana è Lisbeth Salander, la giovane hacker dall’aspetto androgino e dal corpo costellato da tatuaggi, che invece riesce a vedere quanto e quale orrore si celi dietro una superficie di tranquilla rispettabilità, per averlo, quest’orrore, dovuto conoscere sin da quando era bambina.
Il personaggio di Lisbeth, superbamente interpretato da Noomi Rapace, è di quelli che resteranno a lungo impressi nell’immaginario dello spettatore, sia per la “fisicità” con cui ha saputo rivestire una tormentata psicologia, sia per la fascinosa contraddittorietà di un sentire diviso fra implacabili pulsioni di violenza e improvvisi abbandoni alla tenerezza.


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