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Fenomenologia di Harry Potter: parte prima

lunedì 21 settembre 2009, di Sandra Avincola


A poco più di due anni dalla pubblicazione dell’ultimo volume della saga di Harry Potter, Harry Potter and the Deathly Hallows, è possibile fare qualche deduzione non influenzabile dall’estemporaneità di quello che – piaccia o no – va considerato a tutti gli effetti come un evento letterario di gigantesche proporzioni. Il tempo intercorso non solo rende possibile una visione più “fredda” del fenomeno Rowling, ma consente anche di collocare in una prospettiva più corretta alcune linee portanti nel ciclo dei sette romanzi.
È noto che all’autrice inglese sono stati mossi appunti strettamente connessi all’orientamento ideologico e culturale della voce critica in campo: di volta in volta si è stigmatizzato – soprattutto da parte cattolica – come l’ambito magico in cui si svolge l’intera vicenda possa influenzare le menti dei più giovani spingendoli all’occultismo e al satanismo; da altre parti si è posto l’accento sui presunti antivalori razzisti leggibili tra le righe della monumentale saga, dal momento che Harry è un half blood wizard, un mago mezzosangue la cui madre trae origine da una famiglia di muggles, ossia comuni mortali del tutto sprovvisti di qualsivoglia facoltà magica. Ancora: si è lamentato da più parti che l’opera si fa vieppiù “nera” man mano che si procede con la narrazione, rappresentando azioni improntate a crudeltà, sadismo, esaltazione della morte.
Per quanto riguarda il primo rilievo, si dimentica che i libri (e i film!) per l’infanzia hanno sempre contemplato massicce incursioni nel mondo della magia, sotto forma di maghi e streghe dalla fenomenicità tutt’altro che rassicurante. Si vadano a rileggere (e l’esperienza in sé e per sé non potrà che indurre diletto) certi capolavori della grande tradizione favolistica europea, da Perrault ai fratelli Grimm, e si vedrà di quali incommensurabili nefandezze si rendano protagonisti, in narrazioni serrate e coinvolgenti, le “diaboliche” creature che si muovono nell’ambito dei poteri preternaturali.
In tale contesto, le fate rappresentano il coté benefico di una magia che interviene a sanare torti e a svolgere un ruolo protettivo nei confronti dell’eroe/eroina. Ma, come aveva ben compreso Walt Disney nei suoi capolavori d’animazione, alla polposa e materna fatina di Cenerentola (già angariata di per sé dalla malvagità, questa sì davvero diabolica, della matrigna) si poteva – e doveva - contrapporre la terrificante immagine della strega di Biancaneve: alzi la mano che, fra i bimbi di più e più generazioni, non si è sentito sopraffare dall’orrore alla vista della mela stregata che mostra in controluce la sagoma di un teschio umano. Senza voler supporre in Disney la volontà di educare l’infanzia “anche” attraverso la rappresentazione della negatività e del male, va detto che il cineasta americano aveva ben compreso quanto l’effetto-paura potesse configurarsi come elemento d’attrazione nella mente di spettatori pur giovanissimi. È proseguendo su questa linea che nel suo La bella addormentata potrà rappresentare la strega Malefica operante i suoi incantesimi per il gusto puro e semplice del male, nonché contornata da uno stuolo di mostruose creature dall’aspetto ripugnante.
Per quanto concerne il secondo rilievo, basterà osservare che sarebbe paradossale sospettare di intenzionalità razziste un’autrice che rende protagonista – ed eroe “positivo” dell’opera – un adolescente cui viene rimproverata la non totale purezza del suo sangue: anche perché quest’appunto viene mosso ad Harry da fior di mascalzoni, come il death-eater Lucius Malfoy e il suo orribile rampollo Draco. Oltretutto, come ben sanno gli estimatori della saga, una delle figure in assoluto più felicemente uscite dalla penna di Rowling è quella di Hermione Granger, grande amica di Harry e - ancora più del protagonista - oggetto di feroce sarcasmo da parte di Draco Malfoy per il suo essere, in toto, una “babbana” di nascita. Di questo passo, si potrebbe del pari rimproverare alla Rowling di allinearsi ai ranghi della plutocrazia imperante, solo perché Ron Weasley (l’altro “maghetto” amico di Harry) viene sbeffeggiato (ancora una volta dal solito Malfoy) non certo perché il suo sangue non sia puro, ma in quanto appartenente a una famiglia di pericolanti fortune economiche e costretto perciò a dotarsi di libri e oggetti già appartenuti ai suoi fratelli.
Che dire dell’accusa di crudeltà? Al riguardo viene da domandarsi se chi la muove si sia pur minimamente avventurato, da bambino, nella lettura delle favole di Andersen: qualora ciò non fosse successo, non solo si sarebbe privato di un’esperienza di grande impatto emotivo – e formativo – per la psicologia infantile, ma non si sarebbe confrontato con le prime forme conoscitive dell’horror accessibile alla più tenera età. Ne Il compagno di viaggio il protagonista bastona e frusta a sangue, per un certo numero di notti consecutive, una principessa bella e malvagia in odore di stregoneria; ne La Sirenetta si contempla l’ipotesi del sacrificio rituale, mediante accoltellamento, di una giovane coppia di sposi (sia pure scongiurata in extremis dalla potenza dell’amore); ne La Regina delle Nevi una strega gelida e bellissima rapisce un bambino per farlo diventare, come lei, totalmente insensibile ai moti del cuore; ne La piccola fiammiferaia una povera creatura muore di fame e di freddo, nella più totale indifferenza dei passanti, nella notte di San Silvestro …
Si potrebbe continuare all’infinito. In realtà, senza scomodare la tradizione favolistica, si dimentica che i comportamenti all’insegna della durezza – fino ai limiti del sadismo – sono ampiamente contemplati nel sistema educativo anglosassone d’ambito protestante almeno fino a tutto il secolo diciannovesimo, in cui – sul presupposto di trattare il bambino come un adulto in fieri, si faceva ampio uso di fin troppo rigidi mezzi coercitivi. Basta leggere i romanzi di Dickens per rendersi conto di come l’infanzia potesse essere maltrattata, sfruttata e conculcata nei suoi più elementari diritti: dall’istituto privato dell’aguzzino Wackfword Squeers in Nicholas Nickleby, dove i bambini soffrono di denutrizione e vengono costantemente, sistematicamente percossi, alla “scuola” di Salem House in David Copperfield, dove vige la disciplina del terrore imposta dal direttore, il sadico Mr. Creackle, fino all’insopprimibile crudeltà che lo stesso David deve subire ad opera del patrigno, Mr. Murdstone (per non parlare delle tristi vicissitudini della Nell de The Old Curiosity Shop o del piccolo Oliver Twist del romanzo omonimo), tutta l’opera di Dickens è una denuncia degli abusi e delle crudeltà che il mondo degli adulti esercita a danno dell’infanzia. E, se si nutrisse ancora qualche dubbio al riguardo, si vadano a rileggere i capitoli di Jane Eyre in cui Charlotte Brönte descrive il “piacevole” soggiorno della piccola protagonista nell’Istituto di Carità di Lowood: ricalcato sull’esperienza reale della scrittrice e delle sue sorelle (tre delle quali morirono di tisi e malnutrizione), il libro ci fornisce un quadro impietoso delle istituzioni caritative del tempo gestite da ecclesiastici.
(segue...)

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