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Poetry

In un piccola città nella provincia del Gyeonggi attraversata dal fiume Han, Mija vive col nipotino, studente liceale. All’improvviso un avvertimento del tutto inaspettato le fa capire che la vita non è bella come pensava.

venerdì 1 aprile 2011, di Sandra Avincola


Dovessimo far riferimento esclusivamente ai nuclei tematici affrontati nel film, si faticherebbe a individuarne l’origine geografica: essi infatti possono attenere a una molteplicità indifferenziata di contesti, stante il livellamento che la società globale ha operato – e continua a operare – sulle specificità delle situazioni culturali.
Il tema dell’invecchiamento, con la condizione ad esso connessa della demenza senile o sindrome di Alzheimer; la solitudine esistenziale cui la vita cittadina sembra condannare la maggior parte degli individui; il problema della difficoltà d’intesa - da parte degli adulti - del malessere giovanile, visto nei suoi tanti sintomi e tratti caratterizzanti (azzeramento del dialogo tra esponenti di diverse generazioni, tragico decadere delle opportunità, per gli adolescenti, di progettare la propria vita, loro facile trascorrere nella devianza criminale): tutto questo è ascrivibile a realtà che possono, indifferentemente, far parte dell’Oriente come dell’Occidente, purché si faccia riferimento al “nord” del mondo, quello segnato dall’economia globale. Dove il film di Lee Chang-Dong disvela appieno il suo coté culturale, è nelle modalità narrative, soprattutto nei “tempi” del racconto: lenti, dilatati, perfettamente antitetici agli scorci ellittici e ai ritmi mozzafiato cui ci ha abituati la cinematografia statunitense. Il titolo, “Poetry”, è di per sé evocativo di un modo di guardare alla realtà che fa tutt’uno con l’ottica della protagonista, la sessantacinquenne Mija. La donna, che si occupa di un nipote affidato alle sue cure da una madre lontana e inadempiente, è assetata di qualcosa che restituisca un senso alla sua vita divisa tra la preparazione dei pasti per l’astioso ragazzo e le sue mansioni di badante di un anziano colpito da ictus: ed è nella poesia che ritiene di aver individuato quel qualcosa d’ineffabile e puro che la farà trasvolare oltre il suo essere diventata una semplice bestia da fatica. Riuscire a comporre un testo poetico è ai suoi occhi un sogno che si configura come unica possibilità di riscatto da una realtà fetida e graveolente.
La scoperta di una terribile mancanza – che ha avuto conseguenze tragiche – da parte del nipote, proietta un cono d’ombra fittissima su tutta la vicenda, cui fa da contraltare la ricerca di quei versi che potranno, forse, dar voce in qualche modo al dolore della protagonista. E quando ciò avverrà, l’esito non potrà non essere catartico.
Allo spettatore non è dato sapere – il finale è “aperto” – se l’identificazione delle due voci (quella dell’anziana che ha operato un parto poetico, e quello della ragazzina violentata e suicida) è segno simbolico di uno stesso drammatico gesto; certo è che non si può non riemergere dalla visione del film con un buon corredo di spunti su cui riflettere. Primo tra tutti: l’attitudine tutta orientale a non alterare, pur nella disperazione, gestualità e mimica facciale.
Al riguardo vorremmo ricordare una scena del film davvero illuminante, tale cioè da farci comprendere quanto l’ignoranza di realtà culturali diverse dalla propria possa dare luogo a equivoci e incomprensioni da entrambe le parti. Durante una lezione del corso di poesia, gli allievi a turno sono invitati a riferire al resto della classe in merito all’evento che ritengono più rilevante nell’ambito della loro esistenza.
Quando tocca a lei di fare “outing”, una giovane donna parla del dolore di aver dovuto porre fine a una relazione extraconiugale con un collega di lavoro. Mentre si sofferma a descrivere la propria disperazione (“così grande che prima o poi ne morirò”) il suo volto non perde mai, neppure per un attimo, l’espressione sorridente che l’apparenta a un idolo remoto: ma è un idolo senziente e sanguinante, che sta per essere fiaccato dalla terribile potenza della passione amorosa. Ed è su questa dignità di gesti e di parole, rinvenibile anche nella cura che l’anziana protagonista dedica alla sua persona - di raffinata eleganza pur nella miseria - che il film del sud-coreano Chang-dong ci pare tratteggiare un’opera di alta poesia: poesia dolente, poesia sottovoce, ma non per questo meno poderosa.


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