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The tree of life

giovedì 26 maggio 2011, di Sandra Avincola



“Signore Dio, uccidilo, fa’ che muoia, allontanalo da qui”. Quando un figlio adolescente arriva a concepire un pensiero del genere riguardo al proprio padre, è evidente che questi ha fallito completamente nel proprio compito educativo. Non basta amare i propri figli - sembra volerci dire il regista Terrence Malick -, è necessario amarli “bene”: e, se si è convinti che rigore e rispetto delle regole siano le pietre portanti di un corretto percorso di crescita, bisogna far sì che i figli introiettino questi principi senza imporglieli dall’alto di un’autorità che sconfina nel sadismo. Eppure, nonostante la durezza di questo padre-padrone (Brad Pitt) sia il leitmotiv della storia, lo spettatore non tarda ad avvedersi che il vero significato del film risiede “oltre”: solo che si tratta di un oltre cui vengono a mancare le due intuizioni primarie di kantiana memoria, ossia quel tempo e quello spazio in cui l’intelletto umano colloca ogni sua esperienza.
Tempo: eternità. Spazio: infinito. E, per farci meglio afferrare il concetto, la cinepresa si libra verso gli spazi cosmici, fra nebulose iridescenti (abbiamo riconosciuto la “Testa di cavallo” e “L’occhio del gatto”) e sterminate galassie; ci fa ascoltare l’ansimare sordo del sole nell’ininterrotta sequenza dei suoi spaventosi brillamenti, ci fa vagare tra gli anelli di Saturno e guardare da presso l’occhio ellittico del gigante fra i pianeti del sistema solare, Giove. Il tempo si ferma e quindi arretra, indugia a contemplare il sobbollire lento del brodo primordiale, scorre come un fondale maestoso dietro le forme di vita che si sono succedute sulla terra, da quelle microscopiche dei primi batteri alle sagome enormi dei dinosauri; ascoltiamo lo sciabordio dell’acqua che scorre, il fragore di imponenti cascate, e di nuovo siamo proiettati in alto, verso gli spazi infinitamente estesi del cosmo, nei suoi moti e silenzi che nessun orecchio umano ascolterà, finchè ci si chiede: perché tutto questo?
C’è qualcosa di dantesco nell’imponenza di tali spettacoli, il creato nel pugno del suo creatore, perché a porre in essere tutto ciò è la voce di una madre straziata dalla perdita di un figlio che, come Giobbe, chiede a Dio ragione del suo immenso patire. L’Onnipotente, nell’opera di Malick, è anche l’Onnipresente: i suoi personaggi a turno lo interrogano lungamente (fino a porgli la domanda che – si dice – sia la meno amata dal Signore del creato: perché?). Perché “Lui” ha voluto suo figlio? Perché il giusto è destinato a soffrire non meno dell’iniquo? Qual è il senso di tanto dolore? Chi, in quest’ininterrotta “quête” sulla mancanza di senso del soffrire universale, ha creduto di rinvenire Leopardi, sbaglia: perché se il grande poeta è rinvenibile, se mai, nella rappresentazione di una terra libera dall’ingombrante presenza umana (v. “Cantico del gallo Silvestre”, “Dialogo di un folletto e di uno gnomo”), le soluzioni prefigurate da Malick sono di tipo completamente diverso. Basti dire che il suggestivo finale, con il recupero dell’infanzia e l’aprirsi alla vista dell’Aldilà, ci dà la rappresentazione visiva del messaggio finale del film: ossia che il fatto stesso di amare (amare bene, finalmente!) è la risposta così a lungo attesa. Sconfinamento, questo, in una dimensione mistico-biblica totalmente estranea al sentire di Giacomo Leopardi.
Il film di Malick è questo ed è al contempo una serie di altre cose. È anche, per esempio, un romanzo di formazione, avente al centro il conflitto tra due principi fondamentali: quello relativo al piacere (la tenerezza materna, gli svaghi infantili, i primi turbamenti sessuali) e il principio d’autorità personificato da un padre cui ci si deve rivolgere chiamandolo “signore”. Che lo svolgersi di tali conflitti abbia come sfondo una cittadina del Midwest negli anni ’50, è un puro caso. E, ma non a caso questa volta, l’“adultità” del personaggio principale, (quel Jack che, come figlio maggiore, è stato il referente principale della “mala educación” paterna) è calata in un contesto di grattacieli e vetro-cemento, di interni freddi e panorami disumanizzanti, dove non c’i sono più alberi né corsi d’acqua, dove gli animali si limitano a uno stormo di neri uccelli in rapido passaggio fra le torri svettanti della metropoli, e dove interrogarsi su se stessi e sulla morte (magnifico, nelle poche sequenze in cui compare, Sean Penn) diventa una discesa nelle profondità della propria inquietudine esistenziale. Per capire che amare e perdonare è infinitamente più dolce dell’odio e della condanna e che, senza più domandarsene il perché, il premio può forse arridere quando meno lo si aspetta.
Opera complessa e ambiziosa, “The tree of life” sarà amata almeno quanto sarà odiata. Chi l’odierà, probabilmente dovrà dotarsi degli strumenti necessari a confutare le tesi avversarie, che potranno sempre far riferimento – in mancanza di argomentazioni più pregnanti – alle tante bellezze del film: a cominciare dalla superba interpretazione degli attori tutti, in particolare del giovanissimo protagonista, per finire con lo stupefacente utilizzo della macchina da presa, che trascorre dal particolare microscopico alla maestà visionaria degli spazi cosmici, che si fa freccia vibrata verso l’alto e palla da bowling straordinariamente effettata. I supporti tecnologici di cui il film si avvale sono tali da farlo entrare nella storia del cinema contemporaneo: quello che farà discutere non poco, è il “feed back” mistico-religioso-spiritualista che ha fatto parlare, giustamente, di tematiche “new age”. Ai posteri l’ardua sentenza?


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