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La lotta finale tra bene e male nell’ultimo film del “maghetto”

Harry Potter e i Doni della Morte (parte II)

lunedì 18 luglio 2011, di Sandra Avincola


Ebbene, sì: aspettavamo – perché non ammetterlo con sincerità? – quest’ultima parte della saga cinematografica del “maghetto” più famoso del globo, per vedere se sarebbe stata adeguata al crescendo di tensione propria del settimo – nonché ultimo – romanzo del ciclo. È un fatto che la penna della Rowling riserbi proprio per il gran finale (come ben sanno i suoi fan di tutto il mondo) le più scaltrite risorse del proprio mestiere, che si avvale non solo di una presso che inesauribile facoltà immaginativa, ma anche di polso fermo nel delineare, senza distrazioni e sbavature, i caratteri dei suoi personaggi fino alla conclusione della lunga e intricata trama.

I registi che si sono avvicendati nella resa cinematografica - da Chris Columbus, perfetto nel tratteggiare il contrasto tra il lato “dark” del tenebroso mondo della magia e l’età ancora infantile dei piccoli protagonisti (Harry Potter e la pietra filosofale, 2001; Harry Potter e la camera dei segreti, 2002) ad Alfonso Cuaron (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, 2004) e a Mike Newell (Harry Potter e il calice di fuoco, 2005), fino a David Yates che ha diretto gli ultimi quattro film (Harry Potter e l’Ordine della Fenice, 2007; Harry Potter e il principe mezzosangue, 2009; Harry Potter e i doni della morte, parte I, 2010, e Harry Potter e i doni della morte, parte II, 2011): tutti, indistintamente, si sono potuti avvalere di un budget di spesa adeguato alle necessità di una storia che abbisognava, come poche altre, di effetti speciali, e, soprattutto, di un vivaio di attori a dir poco straordinario.

A parte Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley) ed Emma Watson (Hermione Granger), cresciuti biologicamente ed artisticamente nella dimensione parallela della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarth, va ricordato che ad arricchire i vari cast si sono avvicendati, nel corso degli anni, attori del calibro di Richard Harris, Maggie Smith, Helena Bonham Carter, Ralph Fiennes, Emma Thompson, Kenneth Branagh, Gary Oldman, Robert Pattinson, Imelda Staunton e moltissimi altri. Ciò che rendeva particolarmente attesa e significativa questa seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte”, era lo scioglimento della trama, con un grandioso finale che si avvale di almeno due sensazionali colpi di scena.

E così come i lettori della saga non si sono ritrovati delusi dalle soluzioni narrative che la penna della Rowling ha riservato loro a mo’ di suggello definitivo dell’opera, lo stesso si può affermare riguardo al film che conclude il ciclo. Non potendo qui anticipare nessuno degli eventi che hanno il compito di ribaltare quanto lo spettatore dava ormai per acquisito, si può solo affermare che niente era come sembrava: che bene e male possono, visti in filigrana, rivelare elementi di sorpresa a dir poco inusitata, e che l’essere umano è una realtà molto più complessa di quanto una colpevole tendenza alla superficialità di giudizio lascerebbe intendere. Il percorso di crescita di Harry Potter si spinge oltre l’inosabile, si affaccia sul regno delle ombre lasciandosi sfiorare dal soffio gelido della morte, per scoprire che quello che vive nella nostra testa vive comunque; che possiamo portare il male in noi senza saperlo, ma che riconoscerlo vale comunque a combatterlo e – forse – detronizzarlo; che l’amicizia e l’amore sono i baluardi difensivi più efficaci in un mondo dove la sete del potere contamina tutto ciò che tocca, e che l’etica del sacrificio – pur terribile per la paura che ispira – può procacciare inaspettate forme di riscatto, quando non – addirittura – di salvezza. Tutto questo in un contesto di cieli lividi, di interni cupi e minacciosi, di antiche e fastose costruzioni che crollano come un castello di carte, di boschi le cui oscurità celano terribili minacce. Ed è consolante, alla fine di epiche battaglie combattute sul filo dell’ultimo “avada kevadra”, ritrovarsi presso il binario nove e tre quarti, davanti a quello stesso treno da cui tutto aveva preso le mosse. Perché la vita dei maghi, così come quella dei poveri “babbani”, deve pure – in un modo o nell’altro – continuare.


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