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Jane Eyre

venerdì 14 ottobre 2011, di Sandra Avincola


Di fronte all’ennesima riduzione cinematografica di un romanzo famoso, nella fattispecie “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, è logico domandarsi cosa possa motivare un regista a rivisitare un grande classico già adattato più volte per lo schermo (l’ultima in ordine di tempo, notevole per fedeltà di rilettura, è stata una miniserie televisiva della BBC, con gli ottimi Ruth Wilson e Toby Stephens come interpreti). Le versioni più famose sono, nell’ordine, quella di Zeffirelli del 1996 (impeccabile nella resa dello spirito dell’epoca, con un’indimenticabile Charlotte Gainsbourg nella parte di Jane e un dimenticabilissimo William Hurt in quella di Edward Rochester, unico neo di un film per altro lodevole soprattutto nella parte relativa all’infanzia della protagonista), e quella di Robert Stevenson (1944), notevole per la capacità di creare una forte carica di suspense, con Joan Fontaine e il grande Orson Welles, forse il più riuscito Edward Rochester della storia del cinema.
La versione di Cary Fukunaga, appena apparsa sul grande schermo, mira a rendere il coté gotico del romanzo abbondando nelle atmosfere lugubri. Buona parte del film si svolge in interni quasi sempre in penombra (anche a volerci ricordare che la vita del tempo, in special modo in un paese cui arride raramente la luce del sole, veniva vissuta in ambienti scarsamente illuminati); gli esterni, dal canto loro, ci mostrano brughiere selvagge battute dal vento sotto un cielo il più delle volte minaccioso e percorso da stormi d’uccelli. Il tutto si fonde e dialoga con gli stati d’animo dei protagonisti, che in effetti hanno ben poco di che essere sereni. Dalla piccola Jane, vittima dapprima dell’orribile zia Reed e in seguito del mostruoso “Istituto di Carità” di Lowood, al signor Rochester con i suoi innominabili segreti che gli rendono la vita un inferno, ogni situazione del romanzo vira verso tinte grige e smorte, quando non addirittura nere come la pece. Ma, come intere generazioni di lettori ben sanno, all’interno di questi ambienti inospitali (collegi gelidi e fatiscenti, antiche dimore diroccate) battono cuori capaci di passioni “totali”. Ed ecco che la vita interiore di una casta fanciulla s’infiamma di passione, ecco che un uomo provato da una diuturna consuetudine coi piaceri più perversi si scopre ancora capace di un sentimento grande e puro …
La trama, inutile negarlo, è ancora oggi capace di grande “appeal”, cosa che può spiegarne le inesauribili riletture; ma quel che più motiva un regista a darcene un’ulteriore versione crediamo sia il singolare impasto di “pruderie” vittoriana e la forte carica di sensualità che ne permea le situazioni apparentemente più tranquille. I caratteri dei protagonisti, tra aperture di generosità indotta dall’amore e inaspettati soprassalti di sadismo, sono di quelli che accattivano l’interesse di ogni regista. Fukunaga non fa eccezione, se per la parte di Rochester ha voluto niente meno che Michael Fassbender, l’attore che sembra diventato in poco tempo un elemento di sicuro richiamo al botteghino. In attesa di ammirarlo (in vesti per lo più adamitiche …) nel film-scandalo di Venezia, “Shame” di Steve McQueen, lo abbiamo visto infondere una credibile complessità di sfumature psicologiche allo Jung di David Cronenberg in “A dangerous method”. Il suo Rochester è fin troppo fascinoso, e in tal senso la risposta della giovane istitutrice al suo domandarle se lo trova di bell’aspetto ( “non troppo, signore” ), suscita divertita ironia nelle spettatrici abbagliate dal suo charme nordico; per il resto Fassbender dà una resa del personaggio convenientemente tormentata. Del pari efficace, pur in una recitazione quasi del tutto affidata a primi piani di grande intensità, la Jane di Mia Wasikowska. Quello che anche in quest’ennesima versione lascia a desiderare – e non poteva essere diversamente – è l’aver dovuto sacrificare la caratterizzazione di altri personaggi pur importanti nell’economia della storia, quale il reverendo John Rivers (qui interpretato da Jamie Bell: vi ricordate il ragazzino patito della danza di “Billy Elliott?). Il reverendo Rivers è nel romanzo una figura estremamente sfaccettata sul piano psicologico, una sorta di neo-apostolo cristiano quasi disumanizzato dal fervore con cui vive l’etica del sacrificio; nel film di Fukunaga (come già in altre versioni precedenti) il personaggio perde ogni spessore di problematicità, tanto che la sua domanda di matrimonio a Jane risulta incomprensibile a quanti non abbiano letto il romanzo. Motivi analoghi (ossia la necessità di non rendere eccessiva la durata del film) hanno indotto il regista a sintetizzare (troppo!!) la parte relativa al lungo internato della protagonista nell’istituzione caritatevole di Lowood, dove risalta il tema (caro alla letteratura vittoriana: basti pensare a Dickens) dell’infanzia maltrattata e resa oggetto di crudeli sevizie.
Difetti strutturali a parte, il film pone in giusto risalto la modernità del carattere di Jane Eyre, soprattutto per l’orgogliosa rivendicazione della propria autonomia di giudizio: resa possibile, questa, dalla consapevolezza di come il lavoro fosse fin d’allora l’unica possibilità per la donna d’accampare diritti e indurre il prossimo a rispettarne le scelte. Persino quando, in un sussulto d’orgoglio che le fa onore, a tutto ciò si debba posporre la passione per il bel Rochester di Fassbender.


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