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Melancholia

lunedì 24 ottobre 2011, di Sandra Avincola


L’inizio è come quello di una sinfonia che dispiega i suoi temi. Sullo sfondo lancinante della musica wagneriana, il preludio di “Tristan und Isolde”, cominciano a succedersi immagini di forte valenza simbolica. Una giovane donna bionda vestita da sposa sotto una pioggia di uccelli morti. Ancora la stessa, insieme ad un’altra donna e a un bambino che sfronda con il coltello un lungo ramo d’albero. Un cavallo accasciato. Un quadro di Dürer. Di nuovo la sposa, un tralcio di mughetti tra le mani, adagiata sull’acqua di uno stagno, come l’Ofelia del preraffaellita Millais. Cieli stellati. Due pianeti che si attraggono fatalmente, finché il più piccolo – la Terra – si fonde nell’altro in cosmica collisione. La bellezza di queste sequenze è assoluta. Il cromatismo pittorico, l’immobilità delle figure, la grandiosità dell’etere vibrano di risonanze metafisiche che sfociano nella melodia “infinita” di Wagner. Subito dopo, il primo movimento della sinfonia, “Justine”.
Di colpo lo spettatore è catapultato nel vivo di un ricevimento nuziale, all’interno di una lussuosa dimora di campagna. Gli sposi sembrano felici, quasi rapiti dalla loro stessa felicità. I loro sguardi sono complici, i loro gesti attestano la più tenera delle intese, con una nota di scoperta adorazione da parte di lui. Bella gente, banchetto sontuoso. La sorella della sposa è un’ombra onnipresente e vigile, tesa a far sì che tutto sia perfetto. Il padre è la caricatura di un beone stravagante quanto innocuo, la madre è astiosa e rancorosa verso il mondo intero. Ma ben presto il tessuto scintillante di questa rappresentazione mondana mostra le prime lacerazioni. Le battute della madre sono sempre più velenose, la sorella è sempre più querula, la sposa – la Justine cui s’intitola la prima parte - sempre più inquieta. Nell’ambito della serata perde il suo prestigioso impiego di pubblicitaria per aver aspramente insolentito il suo capo, e perde soprattutto il neo-sposo, che trascura e umilia fino a farlo decidere ad abbandonare il campo.
Il sottotitolo del secondo movimento si rifà, ancora una volta, a un nome di donna, a quella Claire che lo spettatore ha già visto vestire i panni di sorella iperprotettiva. Ora si scopre quanto anche lei sia preda di paure incontrollabili. Il pianeta Melancholia, gigantesca sfera azzurrognola che ha già sfiorato l’orbita di Mercurio e di Venere, si sta approssimando minacciosamente alla terra. Il marito di Claire, studioso d’astronomia, rassicura lei e il loro bambino: sarà solo un eccezionale evento cosmico da seguire col telescopio, niente di più. Ai tre s’aggiunge dopo un po’ anche Justine, preda di una forma gravissima di depressione che l’ha resa quasi una larva. Gli eventi precipitano. Mentre le notti s’empiono della presenza sempre più incombente di Melancholia che giganteggia all’orizzonte, s’infittiscono i segni di un’apocalisse ormai alle soglie. I cavalli della scuderia sono ingovernabili, il suicidio stende la sua ombra nera su uno dei membri della famiglia, Claire non sa come proteggere se stessa e il suo bambino dall’annientamento. Solo Justine è serena. Il suo dono (può leggere nel futuro) le ha prefigurato da tempo ciò che sta per accadere, ciò che sarà semplicemente perché così “deve” essere.
Il film è di quelli atti a suscitare una serie di quesiti cui ciascuno può rispondere sulla base della propria sensibilità e dei propri convincimenti. Il primo, e il più importante, riguarda la natura (religiosa? laica?) della veggenza di Justine, così come della sua accettazione totale, imperturbata degli eventi (non a caso nel preludio del Tristano Wagner ha voluto dar risalto al tema della fatalità). Ma considerando la diversità quasi antitetica dei due caratteri principali, si evince che Von Trier deve aver tenuto presente l’episodio evangelico di Marta e Maria, le due sorelle di Betania amiche di Gesù, la prima tutta spirito attivo e la seconda quasi persa nella dimensione contemplativa (il che farebbe propendere per una connotazione fideistica del personaggio di Justine). Ci troviamo dunque di fronte a un’ulteriore declinazione della Beth di “Le onde del destino”? Come molti ricorderanno, nel più famoso dei suoi film (1996) Von Trier ci mostrava in sequenza tre diverse modalità per l’essere umano di vivere l’appannaggio della fede: il pieno possesso, la caduta e la redenzione. A viverle era ancora una volta un carattere femminile, in dotazione anch’esso del dono preternaturale di un dialogo diretto con l’Onnipotente. Ma la doppia vista di Justine non sembra avere, qui, connotazioni dichiaratamente religiose. La sua capacità di far fronte a un destino avverso ricorda, semmai, “La ginestra” leopardiana, che aspetta d’essere ricoperta e annientata dall’“avaro lembo” della lava ribollente con il coraggio di chi sa che non le verrà lasciata alternativa alcuna. E mentre la scienza positiva si rivela inutile (il marito di Claire), e l’attivismo perde significato e forza (Claire), solo la fede (il bambino, che crede di potersi salvare nella grotta magica fatta di rami d’albero), propiziata dall’umana pietas della veggente Justine, restituisce un senso all’evento apocalittico nel suo compiersi puntuale.
Von Trier mescola in Melancholia ingredienti diversi e poco compatibili tra loro (terrori millenaristi, psicanalisi, astronomia, visione escatologica, gusto della citazione iper-culturale) ma riesce nondimeno a darci un film di struggente bellezza. Spiace che l’apprezzamento del film all’ultimo festival di Cannes possa essere stato compromesso dalle malaugurate uscite del regista danese sull’ebraismo e su Hitler, che hanno determinato l’allontanamento dello stesso Von Trier dal festival come persona “poco gradita”. Resta il fatto che l’opera ha un marchio autoriale che la rende davvero unica nel suo genere, grazie anche all’accentuato manierismo delle immagini. Gli attori sono tutti in stato di grazia: e se Kirsten Dunst ha pienamente meritato la palma di miglior attrice, la straordinaria Charlotte Gainsbourg non le è certo da meno. Bene anche Kiefer Sutherland (il marito di Claire) e Charlotte Rampling (la madre).


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