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Miracolo a Le Havre

domenica 27 novembre 2011, di Sandra Avincola


Ricordate “Miracolo a Milano”? Nella scena finale del film di De Sica e Zavattini (1951) il trovatello Totò e i suoi amici, tutti poveri ed emarginati come lui, si levano in volo su delle scope che hanno sottratto con destrezza ai netturbini comunali, riuscendo così a sfuggire all’inseguimento dei poliziotti. Una favola neorealista all’insegna dei buoni sentimenti, riecheggiata oggi in questo film-apologo del finlandese Aki Kaurismäki. _ Apologo, sì: perché, nonostante la tematica che ne è al centro sia strettamente connessa a uno dei fenomeni più “reali” della società del nostro tempo (i disperati che dal sud del mondo fuggono in Occidente inseguendo il miraggio di una vita migliore), le modalità del racconto e la sua conclusione virano verso il fiabesco, sotto forma di generosità “popolare” contrapposta alla fredda inumanità di tutto quanto è burocratico, ufficiale, poliziesco.
Oggetto del contendere è il ragazzo Hidryssa, giovanissimo clandestino gabonese in transito per Le Havre da cui spera di poter raggiungere la madre già immigrata a Londra. Ai due poli di tale contrapposizione il “bene” è rappresentato dalla gente semplice di Le Havre - l’ex scrittore-lustrascarpe Marcel Marx, la titolare del bar dove si danno convegno i portuali, la panettiera, il verduraio, un imbolsito cantante rock, un vietnamita che si fa passare per cinese – mentre il male ha la faccia invecchiata e incattivita di Jean-Pierre Leaud, già trepido e maldestro amante nel ciclo-culto di Antoine Doinel, di Truffaut, e oggi sinistra incarnazione del “cittadino modello” che il desiderio di ordine e legalità rende insensibile alle disgrazie dei diseredati della terra. La solidarietà, nondimeno, può avere la meglio sull’egoismo dei delatori: ed ecco che l’anziano Marcel, pur gravato dalla pena per la salute dell’amata moglie Arletty, si dedica totalmente alla causa di aiutare il giovanissimo Hidryssa, scoprendo con gioia che il desiderio di fare il bene è contagioso e può toccare perfino chi è investito del dovere di dare la caccia agli immigrati clandestini…
Il miracolo, a questo punto, forse non è il premio che del tutto inopinatamente arride a chi si è dedicato con tanto fervore a una buona causa, e forse non lo è nemmeno la fioritura fuori stagione di uno sparuto albero di ciliegio che occhieggia fra i tetti di povere case. Il miracolo, in questa Le Havre dei quartieri bassi dove perfino i cani possono avere uno sguardo più intelligente di molti esseri umani, è la scommessa di voler credere ancora nel bene, e nel saperlo operare.


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