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Francesco Bruni

Scialla!

domenica 4 dicembre 2011, di Sandra Avincola


Con “Scialla!”, non a caso premiato quest’anno al Festival di Venezia nella sezione Controcampo Italiano, Francesco Bruni ha segnato un esordio alla regia di sicuro interesse. Dopo essersi a lungo misurato nell’arte della sceneggiatura (in lungometraggi per il cinema e la televisione, sia italiani che esteri) la sua visione dell’“economia” di un film deve essergli molto chiara, se è vero che questo godibile spaccato di un rapporto ritrovato padre-figlio procede serrato senza sbavature né, tanto meno, concessioni a facili sentimentalismi.
I due personaggi principali ci sono presentati sin dalle prime sequenze come in un copione teatrale: ed ecco Bruno Beltrame, cinquantenne precocemente invecchiato che contempla con disincanto i tanti suoi fallimenti (una professione d’insegnante di italiano abbandonata per poter dar libero luogo a velleità letterarie, una vita affettiva inesistente, una sessualità che è ormai solo un ricordo). La vocazione di educatore s’è persa per strada insieme al sogno di diventare uno scrittore affermato. Della prima resta il rito di lezioni private impartite senza slancio a studenti svogliati, con l’unico scopo di rimpinguare le sue magre finanze; dell’aspirazione letteraria, invece, non permane che il ruolo di ghost writer a vantaggio di personaggi del mondo dello sport o dello spettacolo desiderosi di produrre una propria autobiografia. In questo contesto di default esistenziale s’inserisce il vitalismo di Luca, studente quindicenne che va a ripetizione da Beltrame. La madre del ragazzo, in procinto di partire per l’estero come cooperante, chiede a Bruno di prendersi cura di lui durante la sua assenza: nessuno – gli dice – è più delegato a farlo, perché Luca è suo figlio, concepito durante un rapporto fugace di cui l’ex professore aveva perso ogni memoria. Da questo momento in poi la storia si dipana sulla falsariga del difficile rapporto tra un uomo colto, deluso dalla vita, profondamente radicato nelle sue abitudini, e un adolescente ignorante, becero, ma portatore di una sanità istintiva che alla lunga avrà la meglio sulle resistenze psicologico-affettive del suo interlocutore. Tra momenti di crisi alleggeriti da gag d’irresistibile comicità, l’anziano riscopre il gusto d’aprire una mente vergine al bello e al buono della cultura, il giovane quello d’affacciarsi a una realtà di cui ignorava l’esistenza, fino a rendersi protagonista di un beau geste che sarà come un rito d’iniziazione al mondo degli adulti responsabili. Intorno ai due protagonisti – straordinario per freschezza Filippo Scicchitano – si muove un microcosmo di figure di contorno, dai professori e i compagni di scuola di Luca (riconoscibilissimo, nelle sequenze della vita scolastica, il liceo “Virgilio” di Roma), alla pornostar alla quale Beltrame sta prestando la sua opera di penna, al sottobosco della malavita romana sfiorato tangenzialmente da Luca durante una pericolosa incursione notturna. Una rivisitazione, a pensarci bene, della fiaba di Pinocchio, completa di tutti i suoi personaggi: il vecchio padre, il figlio un po’ guascone tentato da avventure picaresche, una “fata” che qui dispensa, più che sermoni moralistici, favori sessuali, un “gatto” e una “volpe”, ovvero le cattive compagnie che minacciano la vita dei nostri giovani … Della fiaba-apologo di Collodi c’è proprio tutto, perfino il ravvedimento finale del novello Pinocchio che prende il suo Geppetto sulle spalle: “come fece Enea con Ascanio”, dice lui, dimostrando così di aver tratto scarso profitto dalle lezioni di epica…
A consolazione degli insegnanti (una categoria professionale che meriterebbe qualche riconoscimento ben più consistente) il finale del film riserba uno di quei colpi da teatro che virano verso la favola morale: lo spacciatore di droga che sta per suonarle di santa ragione al “pischello” che ha sgarrato, riconosce nell’anziano che tenta di proteggere il figlio lo stesso professore che, tanti anni prima, l’aveva iniziato al gusto della cultura (letteratura, cinema d’autore, musica classica). Qualcosa che non ha mai dimenticato, se è vero che nell’ambiente della malavita romana è noto come “il poeta” e se ancora oggi infligge, agli ospiti della sua villa superlussuosa, la visione privata de “I 400 colpi” di Truffaut! Per concludere, sembra doveroso sottolineare quanta parte abbia, nel film, il lessico del protagonista, cosa del tutto comprensibile dato il contesto giovanilista di gran parte della storia e che ci fornisce un saggio consistente del gergo dei ragazzi romani d’oggi.
Apprendiamo così che scialla, cui si rifà il titolo, significa “sta sereno, rilassati”; oppure che nun m’accollà vuol dire “non starmi troppo addosso”. Che dire di s’aribeccamo, “ci ritroviamo più tardi”? Su queste basi è magnifica – per capacità di sintesi – la postilla critica di Luca alle spiegazioni del padre sulla coloritura omofila dell’amicizia tra Achille e Patroclo: “se ‘ngroppavano!”.


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