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Questioni di sicurezza

lunedì 19 novembre 2007, di Boris Marturano


E’ arrivato il momento di dirlo chiaramente: solidarietà non è sinonimo di buonismo.
Bisogna specificarlo perché troppo spesso la Sinistra confonde il doveroso spirito di accoglienza verso cittadini stranieri che vengono in Italia per fuggire da carestie, guerre, povertà, con un malinteso buonismo secondo il quale si dovrebbe sospendere lo stato di diritto in nome di un superiore dovere di solidarietà. Mi riferisco all’attuale discussione sulla sicurezza e su come assicurarla dopo l’escalation di violenza specialmente da parte di cittadini rumeni e rom (che, è bene ricordarlo, sono due cose diverse).
L’ambito in cui ci muoviamo è molto ampio e abbraccia il Mondo intero. Le migrazioni cui assistiamo sono fenomeni (non arrestabili) di livello globale e, in quanto tali, richiedono risposte globali. E infatti le esperienze di questi anni mostrano che una soluzione a livello esclusivamente nazionale è inadeguata. _ Qui tornano evidenti i limiti della Politica e delle sue istituzioni: globalizzazione dei mercati, migrazioni di interi popoli, interdipendenza economica e ambientale sono sfide che richiedono risposte sovranazionali. _ Nel caso europeo, in particolare, si aggiunge la questione dei nuovi cittadini comunitari, che hanno quindi libertà di movimento sull’intero territorio dell’Unione Europea. L’arrivo massiccio (è eccessivo parlare di “invasione”) di persone dall’est europeo a seguito dell’allargamento dell’UE, ha infatti trovato impreparati i governi europei, che in un primo momento hanno sottovalutato la situazione, per poi ricorrere a rimedi di emergenza come il decreto sicurezza licenziato dal Consiglio dei Ministri italiano ad inizio novembre. Il problema però, è importante sottolinearlo, viene da lontano.
Ovvero dalle tappe (troppo) forzate con cui in sede comunitaria si è deciso l’ingresso nell’UE anche a quei Paesi, come appunto la Romania, ma anche la Bulgaria e la Polonia, che dal punto di vista istituzionale, economico e sociale erano e restano troppo lontani dagli standard dell’Europa centrale ed occidentale.
Basta un dato: tra il 2004 e il 2007 sono entrati nell’UE 12 nuovi Paesi (prima erano 15) per un totale di oltre 106 milioni di cittadini (prima erano 386 milioni), ovvero quasi il 30% in più in soli 3 anni. Se consideriamo che il reddito pro-capite annuo dei Paesi con più abitanti tra gli ultimi entrati (Polonia, Romania e Ungheria) oscilla tra i 10 e i 18 mila dollari, a fronte di una media europea di 30 mila, non c’è da stupirsi che ci sia una immigrazione che coinvolge i Paesi europei più “benestanti” come Francia, Germania e, appunto, Italia.
Sia chiaro: io sono un europeista convinto, fiero sostenitore dei valori che il Vecchio Continente sa esprimere, quali la Pace, i diritti umani, la multiculturalità, la tutela del lavoro e dell’ambiente.
Ma è fondamentale che non si rompa il precario equilibrio su cui regge l’impalcatura europea. E proprio perché questi fenomeni provocano nel tessuto sociale tensioni che non aiutano l’integrazione e la pacifica convivenza, sarebbe stato opportuno valutare i tempi e i modi giusti per un inserimento graduale e il più “indolore” possibile, prevedendo per quei Paesi un periodo di “irrobustimento” politico ed economico con il sostegno esterno dell’UE.
Ma ormai la situazione è questa e con questa bisogna fare i conti. Dobbiamo dunque chiederci se intendiamo costruire una comunità o accontentarci di un insieme indefinito di persone che vivono in un determinato territorio. Io opto per la prima proposta.
Deve essere chiaro però che una comunità si basa su valori condivisi, sulla solidarietà e il rispetto delle regole. E quindi il diritto all’accoglienza deve trovare bilanciamento nel diritto alla sicurezza, e al dovere morale di solidarietà deve corrispondere quello del rispetto della legalità. Come ci dicevano da piccoli: “Ci sono diritti e doveri...”.

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