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Recensione

Across the Universe

domenica 13 gennaio 2008, di Sandra Avincola


“Is there anybody going to listen to my story / all about the girl who came to stay?” Così, con il famoso attacco di “Girl” intonato dal giovane Jude sulla grigia spiaggia di Liverpool, comincia il film: ma, prima ancora di temere d’essere travolto da una marea di melassa sentimentale, lo spettatore viene all’istante trascinato in un vortice visivo con le canzoni dei Fab-Four a fare da traccia musicale.
Già: perché in “Across the Universe” ad essere importante non è la trama (la si potrebbe riassumere in venti parole), quanto la debordante qualità dell’immaginario visivo, adeguatamente supportato da canzoni troppo note per doverle presentare.
Dove l’inventiva raggiunge il suo culmine, è semmai negli abbinamenti canzone/situazione, solo in pochi casi relativamente scontati. Perché, se rientra nelle aspettative comuni che ci si rivolga al giovane protagonista con “Hei, Jude” (a cantargliela, in un momento per il personaggio di difficile crisi esistenziale, è l’amico Max), è assai meno scontato che la famosa “I want to hold your hand” diventi qui espressione struggente d’amore lesbico per la più bella cheer-girl dell’Università di Princeton, così come “Let it be “si fa canto funebre per il giovane marine morto in Vietnam e, allo stesso tempo, spiritual in memoria del ragazzino nero rimasto ucciso durante una manifestazione contro le discriminazioni razziali in USA..
A questo punto si sarà capito: siamo negli anni ’60, quelli della contestazione giovanile e della sporca guerra in Vietnam, dell’uccisione di Martin Luther King e dell’assunzione di droga come “necessità esistenziale”. Jude, un giovane inglese che lavora come operaio portuale nei docks di Liverpool, arriva negli USA alla ricerca del padre americano.
Anche lui figlio della guerra (come tanti giovani europei della sua generazione) conoscerà il padre ma, ancora di più, l’ebbrezza dei sentimenti colti nella loro prima e più appassionata accezione: l’amicizia per Max, rampollo dell’high-society americana, l’amore travolgente per la sorella di questi, Lucy, la dedizione all’arte, la giustezza del votarsi a una causa per cui valga la pena di battersi … Le sequenze scorrono con la stessa velocità e autoreferenzialità dei videoclip, in un susseguirsi di sorprese visive che lasciano un po’ storditi: come le fragole, simbolo della vita che i giovani di quegli anni volevano prendere a morsi, appiccate da Jude sul muro e lasciate sanguinare in lunghi rivoli rossi (la citazione di Fragole e Sangue, film culto di Stuart Hagmann, era in un certo senso obbligatoria), o la visita di leva dei ragazzi chiamati dallo zio Sam, di una violenza caricaturale di marca espressionistica.
Giustamente la regista ha deciso di non avvalersi delle voci dei Beatles, ma di riproporne la magia senza fine nell’interpretazione sia di attori esordienti, sia di affermate star internazionali come Bono e Joe Cocker. Più di trenta canzoni del celebre quartetto marcano così d’intramontabile bellezza le fasi salienti della storia.
Certo, restano fuori pezzi come Michelle, Yesterday, Eleanor Rigby, Penny Lane, Yellow Submarine (tanto per citare alcuni dei più noti), difficilmente riconducibili alle situazioni rappresentate.
Ma, anche così, la sensazione di appagamento degli spettatori di “quella” generazione è molto vicina al suo punto massimo.
Smarrite, mentre scorrono i titoli di coda, le facce dei più giovani, che sembrano chiedersi: “Per quale avverso destino ci siamo dovuti perdere tutto questo?”

   Across the Universe, di Julie Taymor. Con Jim Sturgess (Jude), Evan Rachel Wood
(Lucy).

    ottimo    buono   discreto  mediocre  da perdere

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