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La guerra e poi la guerra

Come affrontare l’instabilita in Nord Africa e Medio Oriente Dibattito con Margherita Paolini, analista della rivista Limes. Introduce Silvana Pisa.

lunedì 20 gennaio 2020, di J. Pierluigi Renzi


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A partire dalla caduta del Muro di
Berlino e dalla prima guerra del Golfo
abbiamo assistito ad un abbandono
del multilateralismo per un unilateralismo
di marca USA che ha puntato a
piegare la geopolitica principalmente
ai suoi interessi aumentando
l’aggressività internazionale.
Per fare questo gli Stati Uniti hanno
messo l’ONU nell’angolo, e sono
passati da spregiudicate alleanze a
geografie variabili (comprendendo gli
stati del Golfo) all’ uso della NATO - di
cui sono socio di maggioranza- a
seconda dei vantaggi del caso.
Paesi come Afghanistan, Iraq, Libia
sono stati sconvolti e tutt’ ora costituiscono
il fallimento del cosiddetto
caos creativo.
Ci stiamo abituando alla legge del più
forte e al fatto che le guerre non siano
più a difesa del diritto internazionale e
per il rispetto dei diritti umani ma a
difesa degli interessi - economici e
strategici- dei paesi che le decidono?
Tra questi interessi emergono quelli
per il controllo e lo sfruttamento delle
risorse energetiche di cui molti teatri
delle attuali guerre “a bassa intensità “
sono ricche: Libia, Iraq, Iran, Paesi del
Golfo.
Gli stati europei hanno seguito gli USA
in ordine sparso e un’ autonomia
politica e militare europea è ancora
lontana. In questo scenario disarticolato
si consolidano gli interventi di
Russia e Cina con strategie e interessi
spesso convergenti. Tutto ciò
porta ad un conflitto che da regionale
si è ampliato sempre più creando una
“ geopolitica del caos” tutta da capire
e interpretare.

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