Home > Rione Ventesimo in rete > Attualità > La NATO conta di più

Riduzione delle spese militari

La NATO conta di più

Quanto spendiamo in Italia per le forze armate?

venerdì 20 gennaio 2012, di Silvana Pisa


Finalmente, dopo quasi un decennio, è ritornato d’attualità nel Paese il tema della riduzione delle spese militari. Non che la questione in questi anni non sia stata sollevata costantemente dalle associazioni pacifiste, da gruppi cattolici, da minoranze parlamentari di sinistra ma fino ad ora non aveva mai raggiunto una così ampia opinione pubblica.
Il salto di popolarità è dovuto alla grave crisi economica e finanziaria che ha reso evidente agli occhi dei più l’irragionevolezza di una spesa militare così robusta rispetto alla scure che colpisce duramente la concreta e quotidiana spesa pubblica (riduzione delle pensioni e dei servizi) e ai tanti sacrifici imposti alla maggioranza dei cittadini.

Nonostante Ministro della Difesa, Stati Maggiori, parlamentari di entrambi gli schieramenti continuino a ripetere che la nostra spesa militare risulta inferiore alla media europea, oggi – grazie al dibattito in corso – appare chiaro agli occhi di tutti che quest’affermazione è dovuta a un conteggio parziale e quindi falso. Si lamenta che la spesa militare è dello 0,89 del Pil mentre la media europea raggiunge l’1,5. Si tratta di un conteggio “bugiardino” perché esclude diverse spese militari ricompresse in altri bilanci: quelle per le missioni internazionali che fanno capo al Ministero del Tesoro (oltre 1 miliardo e mezzo all’anno), quelle per le pensioni militari (3,5 miliardi), quelle per i servizi d’intelligence e soprattutto quelle per diversi sistemi d’arma finanziati dal Ministero dello Sviluppo Economico. I dati ufficiali della Nato invece conteggiano tutte queste spese alla voce Difesa per un‘incidenza del Pil dell’1.44: la stessa percentuale di spesa militare della Germania!

Nel mirino – per la spesa, per la quantità, per la qualità – sono soprattutto i famigerati 131 caccia bombardieri F 35 della Looked Martin- già noti come JSF - che costeranno nel tempo ben oltre i 15 miliardi di euro previsti. Ma le resistenze a rivedere questo programma d’arma – previsto dal I° governo Prodi e votato anche dal governo Berlusconi nel 2002 - sono fortissime nel circuito militare-industriale e politico a partire dall’attuale Ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola, lo stesso che proprio nel 2002 firmò un memorandum d’intesa per gli F35. Difficile pensare che oggi sia disposto a cancellarlo!

I motivi di questa difesa ad oltranza di un sistema d’arma tanto discutibile sono diversi.
Quelle dei vertici militari sono in parte ascrivibili alla loro tendenza a condizionare sempre la politica di Difesa dei governi eletti con una sorta di “sufficienza” (“ i politici cambiano i militari restano”) soprattutto per quello che riguarda la scelta degli armamenti da produrre o acquistare.
Gioca anche il legame –una sorta di conflitto d’interesse – che si produce quando generali ai vertici della carriera, andando in pensione, entrano nei consigli d’amministrazione delle industrie delle armi contribuendo a sceglierne le produzioni. Non solo: gli alti ufficiali,che hanno frequentato specializzazioni nelle Accademie oltreoceano sono spesso molto sensibili alle produzioni di armi statunitensi anche per ingraziarsi il Pentagono a proposito dei posizionamenti nelle alleanze internazionali.

Il comparto industriale degli armamenti poi, è sempre più monopolizzato da Finmeccanica
i cui fondi neri per tangenti venuti alla luce nell’ultimo anno, continuano ad inquietare (“ chi si paga per cosa?”) nonostante l’uscita di scena dell’a.d. Guarguaglini costata ai contribuenti ben 5 milioni. Finmeccanica, attraverso Alenia, condivide la scelta degli F35 limitandosi ad una “partecipazione di facciata” ( la produzione di un’ala, nello stabilimento di Cameri), senza trasferimento tecnologico del prodotto, il cui sofisticato knowhow rimane sotto stretto controllo Usa. Di piu’: la partecipazione al programma dell’F35, inizialmente prevista per 9 paesi, è stata sospesa in 5 per l’aumento dei costi, i ritardi, i collaudi insoddisfacenti. Persino la Gran Bretagna e il Pentagono hanno ridotto parzialmente il numero degli ordinativi.
Anche il prospettato incremento dell’occupazione (“10.000 lavoratori!) appare pretestuoso: oggi a Cameri riguarda solo 500 addetti, comunque riconvertibili in altre produzioni.

Il Parlamento poi, in sede di votazione della finanziaria, ha sempre votato in maniera bipartisan
per questo programma d’arma: l’ex ministro della Difesa Parisi condivide tutt’ora questa scelta che, secondo lui “serve per difenderci da eventuali minacce esterne”. A questo punto il tema degli F35 si allarga, come è giusto che sia, sulle scelte della politica di sicurezza e difesa del nostro paese e la questione riguarda lo scenario geostrategico che si prospetta.

Dall’11 settembre questi stessi politici hanno sostenuto che la minaccia per l’occidente era il terrorismo che costringeva ad infilarsi fino in Afghanistan per perseguirlo, nonostante l’articolo 11 della nostra Costituzione vietasse guerre d’aggressione. Negli stessi ambienti politici militari oggi si sostiene l’utilità di armi come gli F35 alla luce delle recenti operazioni svolte in Libia per neutralizzare le batterie lanciamissili che operavano, per esempio, a Misurata . A questo proposito resta la domanda: ma davvero crediamo che la guerra d’aggressione alla Libia sia stata motivata dalla “protezione dei civili” come da dettato ONU e non, invece, dalla gola per le risorse petrolifere? Si tratta in definitiva di affrontare e decidere democraticamente il modello di difesa che il nostro paese vuole darsi. Certo bisogna tagliare gli sprechi, tanti e non solo per le armi (il numero degli addetti al comparto sicurezza e difesa oltre ad essere elevato è sbilanciato al suo interno da un numero eccessivo ai gradi alti sproporzionato rispetto ai livelli bassi) ma prima ancora occorrerebbe smontare alcuni “pilastri” su cui in questi anni si sono fondate le scelte di guerra.
Perché se è vero che la seconda parte dell’articolo 11 afferma che l’Italia “consente” a limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento internazionale che “assicuri la pace e la giustizia tra i popoli”, da una parte risulta evidente che l’adesione ad organismi internazionali non produce automatismi ma scelte che andrebbero compiute,volta per volta, democraticamente sottraendole all’esecutivo o peggio ancora al Consiglio supremo della Difesa ; dall’altra solo l’Onu è l’organizzazione legittimata a tali scelte, anche se il problema di una riforma delle Nazioni Unite è tutt’ora aperto.

Occorre, una buona volta approfondire il dibattito su uno scenario complesso ed opaco, denunciato costantemente dai pacifisti, ma raramente arrivato all’attenzione generale. SEL già da settembre ha lanciato una campagna per la riduzione delle spese militari che ha raccolto migliaia di firme. L’attuale crisi generalizzata amplia la voce di questa campagna.: la spesa militare deve essere ridotta e riconvertita in spesa sociale – come succede in altri paesi europei e persino negli Stati Uniti - specificatamente per quella parte più insopportabile identificata negli F35 . Nonostante le resistenze di cui si è detto, la partita non è giocata fino in fondo e un’opinione pubblica informata può fare sentire la propria voce per agire in questo varco finalmente aperto.

2007-2020 Rione Ventesimo, rivista di Roma Testaccio
SPIP | Chi siamo | scrivi a Rioneventesimo | Facebook | | Mappa del sito | Monitorare l’attività del sito RSS 2.0