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ALMAVIVA: storia di un’Azienda, storia di un’Italia che mercifica il lavoro

giovedì 27 settembre 2012, di Antonio Mariano Teodorici


La Almaviva (che non vuol dire Anima Viva ma sono le iniziali dei nomi della proprietà) è una società IT e CRM e nella fattispecie si occupa di Informatica e di gestione in outsourcing di call center di diverse aziende pubbliche e private. È anche, però, una di quelle società che ha sfruttato appieno le agevolazioni fiscali previste dalla normativa regionale e nazionale. Un modus che meglio spiega come si può utilizzare il capitale umano e utilizzare impropriamente gli ammortizzatori sociali.
Agli inizi degli anni 2000 assume un migliaio di persone iscritte alle liste di collocamento da almeno 24 mesi per accaparrarsi le risorse finanziarie dello Stato. Sin da subito si ancora, ad ogni perdita di commessa, alla Cassa integrazione mentre altre attività equipollenti e similari sono svolte da personale interinale supportato da altre tipologie contrattuali atipiche (come i contratti a progetto,co.co.co e co.co.pro).
Tra il 2005 ed il 2006 acquista ATESIA, del Gruppo TELECOM, famosa per essere il centro delle finte Partite Iva almeno fino a quando in Italia non si introdussero le prime forme di lavoro precario. Nel 1997, difatti, si introducono alcune nuove tipologie contrattuali grazie alla Legge Treu che inaugura i contratti di collaborazione (per intenderci i co.co.co. di cui sopra). Questo per l’intento di aprire il mercato alla flessibilità, ma alla fine, come è storia nota, ha solo fatto perdere il potere contrattuale ai lavoratori.
Nel 2006 vince la Sinistra guidata da Romano Prodi che diventa premier. Lo stesso Presidente del Consiglio, supportato dal Ministro del Lavoro Damiano, invita il proprietario di Almaviva, Alberto Tripi, a regolarizzare i contratti di lavoro e successivamente l’Ispettorato del lavoro stabilirà l’obbligo per l’azienda all’assunzione a tempo indeterminato di tutto il personale addetto al call center.
I contratti a progetto che Almaviva continuava ad applicare, difatti, non rispettavano il quadro normativo previsto dalla Legge Biagi del 2003 (riforma del mercato del lavoro che aveva superato quella Treu). In tale contesto si è dimostrato che un operatore telefonico non ha un progetto alla base della sua attività quotidiana, ma ha un rapporto subordinato a tutti i livelli con il datore di lavoro.
Fino ad allora i dipendenti messi alla porta erano ricorsi al giudice del lavoro per non vedere vanificare i loro anni di lavoro. Tutto questo almeno sino a quando il nuovo ministro del Lavoro del governo Berlusconi regolamenta un’altra norma a tutela delle imprese e sempre a discapito dei lavoratori con la seguente specifica: non è previsto alcun reintegro per i lavoratori atipici, ma solo un indennizzo pari a massimo 6 mesi di retribuzione.
E oggi che la festa è finita, gli incentivi sono terminati, il “magna magna” statale si è concluso e i rubinetti gocciolano di acqua sporca, si pensa bene di chiudere il più grande call center d’Italia, buttare fuori 632 dipendenti e a delocalizzare per riavviare il ciclo dei loro affari, depauperando i fondi pubblici per la bramosia di continuare a riempire le proprie tasche e a calpestare la dignità dei lavoratori

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