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Testaccio

Le ritrovate origini

Prima di conoscere le tante Testaccio di ogni testaccino, ed invitarvi quindi a narrare attraverso RioneVentesimo le vostre storie di vita, considero inevitabile farvi conoscere la mia Testaccio

mercoledì 19 dicembre 2007, di Carla Costanzi


Per i testi di urbanistica Testaccio individua il XX Rione di Roma, per quelli di storia è quel lembo della città eterna profumato di garum e olio d’oliva, pregiate merci racchiuse in migliaia di anfore di terracotta che una volta arrivate sui lembi del Tevere all’altezza del porto di Ripa Grande e scaricate nell’Emporium venivano dopo lo svuotamento frantumate in cocci. E i cocci…?
So’ ancora… cocci!
Tutti ammucchiati là dall’epoca imperiale, stratificati uno sull’altro con incise le iscrizioni delle terre di provenienza, le misure di capacità ed infine i nomi dei proprietari dell’olio, a fa’ er monte de li cocci, un’altura di circa cinquanta metri che come un vecchio Gòlgota assonnato e indifferente, indica il cielo con la croce piantata in terra e osserva da lassù i discendenti della gens romana, di quella antica e genuina, di quella quasi scomparsa a Roma, ormai inghiottita da idiomi e razze che seppure la rallegrano hanno contribuito a nascondere i romani de Roma, quelli di oltre sette generazioni.
Testaccio è la Montmartre romana, il new village londinese. E’ lo scrigno che racchiude un core generoso e fumantino e le grida di bambini sui marciapiedi del lungotevere o dentro i cortili delle case popolari dove giocano a pallone, sognando di correre un giorno sul campo della gloriosa Roma, quella dello scudetto del 1942.
Testaccio è il camposanto detto degli inglesi, dove sono sepolti Gramsci, Keats e Gadda; è la Piramide di Caio Cestio, tribuno della plebe nel I secolo d.C., cerimoniere, provveditore e quindi, secondo il vecchio adagio che chi amministra… amminestra… carico di quattrini al punto da poter far elevare un monumento per la sua sepoltura, trasformato poi da Papa Benedetto XIV in Santa Barbara dello Stato Pontificio.
(foto)

E’ il tempio der magna’ verace, tutto sregolatezza, dove gli antichi sapori nascono dal quinto quarto ovvero dalle interiora delle bestie, soprattutto del manzo e del vitellone. Dall’ammazzatora, come veniva chiamato l’antico macello, i bovari e li scortichini uscivano di notte sul piazzale antistante e per ritemprarsi dalla fatica e dal freddo mangiavano nei fumanti padellotti intingoli misti, in cui gli scarti – la trippa, la pajata, i granelli, il polmone e la milza – erano la corte della nobile coda a’ la vaccinara, de la vitella a’ la fornara, der fritto de carciofoli, animelle e torciòli, regine incontrastate sulle tavole imbandite.
Qui la domenica quando dopo la Messa passeggi p’anna’ da Righetto a compra’ er giornale e da Linari pe’ le pastarelle e le ciambelle fritte, ti inebri del soave profumo che invade le strade del sugo d’invortini e stufatino che andrà a colorire i rigatoni del pranzo domenicale e dei vapori sublimi dell’abbacchio ar forno co’ le patate che salgono per le narici trascinandosi dietro l’aroma del rosmarino, immancabile erba di questa superba pietanza.
E’ il ricordo delle scampagnate fori porta a’ li prati der popolo romano: una nuova tradizione venutasi a creare nell’ottocento all’insegna della gioia di vivere, dello stare insieme per danzare saltarelli, brindare e cantare stornelli d’amore e a dispetto.
Le popolane, chiamate dar poeta de casa nostra Gioacchino Belli le minenti e le belle paciocche, salivano su carrette infiocchettate con nastri colorati e si agghindavano e ingioiellavano di ori e coralli, agli orecchi le scioccaje, fino a pochi decenni or sono ambita dote delle ragazze da marito, in testa cappelli di paglia con infilate spighe di grano o in autunno pampini e tralci d’uva o ancora cilindri bassi a falda larga, cinti alla base di fiori artificiali e portati di traverso o come si diceva alla screpante. Una camiciola di velluto nero chiusa da due borchie d’argento intorno al collo, le calze ricamate e sospese a due straccali di seta, che si incrociavano fra il busto e la camiciola.
Testaccio è la storia della Roma di ieri, di una Roma sparita, di gente nobile e ricca che si integrava con i modesti artigiani e lavoratori del macello per vivere momenti di gioiosa quiete; nonostante la città abbia cambiato volto e stravolto usanze e abitudini questo quartiere è legato fortemente alla sua memoria, ancora viva.
Questa Testaccio è per i romani, per i turisti, per gli intellettuali e gli artisti che negli ultimi anni pagherebbero cifre folli pur di abitare in questo quartiere.
La mia Testaccio è qualcos’altro ancora, qualcosa di unico, irripetibile e solo mio.
Sono le mie radici originarie, il fazzoletto di terra dove è cresciuto mio padre, dove è ancora la casa di nonna Maria a piazza Liberatrice, e dove sono vissuta anch’io fino a quattordici anni e dopo i trenta.
Avevo avuto il divieto da parte di mia madre di rivelare a chiunque di abitare in questo quartiere; ero bambina e non ne capivo le ragioni, ma mi ero imposta di rispondere a questo tipo di richiesta: - vivo…vicino all’Aventino-.
Mi rivedo con una piccola frangia di capelli castano chiari sulla fronte e riascolto la voce di una bambina che si esprime in corretto italiano perché le è stato proibito di parlare con cadenza romanesca. 
Tutta la prima fase della mia permanenza a Testaccio è stata segnata da un incomprensibile senso di vergogna e di non appartenenza al proprio luogo di origine. Era un abito che mi stava troppo stretto, non mi sentivo rispettata. Una limitazione che mi ha privato di integrarmi con i compagni del palazzo, di frequentare ai giardinetti bambini allegri e vivaci come me, desiderosi di giocare e allacciare nuove amicizie.
Da oltre venticinque anni però ho ritrovato sto’ pezzo de core dimenticato ma mai tradito.
La casa che abito a lungotevere Testaccio, al numero 30, rappresenta l’indipendenza e la libertà conquistata a fatica. Qui sono ritornata sola con mia figlia, avvilita e stanca di lottare, qui il sole che scalda queste mura al quarto piano affacciato sul Tevere davanti allo storico Fontanone papale che raccoglie l’acqua in un antico sarcofago romano, ha riscaldato e intenerito la mia anima, donandole quella luminosità che non aveva mai conosciuto prima. D’allora ho conosciuto la fierezza d’esse testaccina!
Sono ritornati tutti in fila i ricordi dell’infanzia, dei modi di sentire, delle regole accettate, allora indiscusse, fino allora relegati in un’incredibile lontananza.
Qui ho risentito il profumo della giovinezza simile a quello dei larghi ippocastani dai fiori rosa o bianchi di piazza Santa Maria Liberatrice che continuano a fiorire in ogni primavera.
Qui poche cose ho trovato cambiate: il vivere, l’affabilità degli incontri, la disponibilità al sorriso e alla battuta mordace sono rimasti intatti. Rappresentano l’essenza di questa gente, di queste strade, delle vecchie osterie e dei banchi del mercato.
Ho raccontato la storia della mia infanzia a Testaccio a mia figlia Valeria e lei lo ama quasi più di me.
Testaccio è er core de Roma, è la sua anima antica baciata dal Tevere; perché pensare Roma senza Tevere e il Tevere senza Roma non sarà mai possibile.
Sono due amanti legati da un amore eterno che fa di uno il completamento dell’altro.
Il Tevere è l’abbraccio che stringe in una linea flessuosa il corpo di questa città carnosa e barocca che gli si offre dall’eternità in tutta la sua opulenza, e lei – Roma – ama donargli la sua multiforme immagine riflessa nello specchio liquido.
Questi luoghi e questo fiume nella mia vita hanno rappresentato sempre un magico richiamo, quasi un canto delle sirene, incantatore…
Il palazzo che abitiamo da tantissimi anni è una casa più grande che ci accoglie, dove ci sentiamo più protetti e legati da un sentimento comune che è quello proprio di essere tutti testaccini.
Ogni interno racchiude un mondo familiare non del tutto estraneo al mio; le vite dei condomini, tutte unite insieme fanno vivere questo palazzo nei suoi umori e nei suoi caratteri personali.
All’interno cinque c’è Ombretta con Sergio – presidente dell’A.S. Roma Club - e Maurizio da poco si è sposato con Rachele, una giovanissima ragazza arrivata dall’Equador e catapultata in questo nostro mondo intimo e antico. Ombretta è il punto di riferimento per tutti, chi vive dentro e chi arriva da fuori; maremmana d’importazione, generosa e spesso co’ la luna de traverso, ma disponibile a passarti lo spicchio d’aglio che ti serve pe’ ripassa’ la cicoria ‘n padella come a pagarti la bolletta della luce…visto che ce va’ pe’ paga’ la sua….
Sopra la sora Assunta cor’ sor’ Agusto – in romanesco la forma è contratta – una coppia di ottantenni sempre allegri tra acciacchi d’ossa e ravioli fritti de ricotta dispensati e racchiusi tra due piatti al primo, terzo e quarto piano…
E poi Terziano con Fiorenza, innamorati da ragazzini quanno lui notava a fiume e lei lo rimirava dar davanzale. Ho visto di questa famiglia i prodromi e gli epigoni: zie, cugini, nipoti, figli, cognati, tutti passati e spesso restati in questo palazzo e comunque in questo quartiere, grande e caldo come il ventre di una madre di dieci figli.
E tanti altri ancora: Agnese, Alfredone il gigante buono, Gianni e Mary, Alfredino e Ermella nonni affettuosi di quattro nipoti,Rina con i suoi gioielli di figlie,nipoti e pronipoti, Antonio, il dandy ricercato, confidenziale ma sempre schietto che ti rifila l’ultima barzelletta quando ti incontra per le scale.
Ho allacciato nuove amicizie e nuove relazioni.
Con i commercianti come Massimo e Romano, gli ottici sempre aggiornati sugli stili più trend e che adornano tutto l’anno le loro vetrine con giocattoli e oggetti d’epoca, come le piccole cose del salotto di nonna Speranza o con Pino, il fornaio tutto pizze e dolci, seduto dietro la cassa sempre sorridente e pronto a rispondere alle chiacchiere delle nonne del quartiere che si intrattengono con lui o per lamentare guai o per comunicare nascite e matrimoni o infine con Massimo e Luciano i due fratelli del Pizzettiere, dove ti fermi anche se non hai fame perché lì se aspetti dieci minuti incontri sicuramente chi cerchi in giro nel quartiere senza trovarlo.
_ E la tintoria della sora Nadia è quasi l’androne di un palazzo immaginario, quello di tutto il quartiere dove durante il giorno se devi lasciare soprabiti o coperte da lavare a secco,ne approfitti pure per fermarti a ricordare storie e leggende di chi abitava il quartiere nel lontano passato e lasciava traccia della vita di quel tempo in qualche modesta ma colorita raccolta di poesie.
Di cultura e arte puoi parlare con i Migliotti: una famiglia di corniciai sempre cordiale composta da Gabriele, Rita, Manuela da poco neo mamma di Edoardo…
Testaccio: questo luogo alimenta il mio ottimismo e nutre la mia anima perché non è un luogo solo fisico per chi è romano e per chi lo abita.
E’ la ritualità rivelata dalle radici più autentiche della romanità; a Testaccio, anche se vieni dall’Uganda, ti senti a casa tua, sembra che tutti riconoscano il tuo umore da come rispondi al loro saluto, perché a Testaccio tutti ti salutano e ti fermano per strada. Il rapporto umano non è utopia, è calore che circola dai negozi ai giardinetti dove gli uomini ricordano gli anni gloriosi di una Roma mitica e le donne si scambiano le ricette de la carbonara a modo mio.
Testaccio è ormai per me un’amica che ti abbraccia nei cortili delle case popolari o su le terrazze dove sventolano i panni stesi baciati dal ponentino: insomma Testaccio è Roma e amore, è poesia e schiettezza, è calore per molti, ma sicuramente per me che mi sono lasciata andare al suo abbraccio filiale è giorno dopo giorno ritrovarmi nel tempo che passa ma non cancella.

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