Home > Diari di Rioneventesimo > Tempi moderni > La fine della strada

La fine della strada

lunedì 23 novembre 2020


La fine della strada, la fine della storia. Ecco che Zampanò (proto entrepeneur of himself con la sola espansione dei muscoli pettorali ovverosia del petto), a una rivisitazione casuale durante una notte d’incubi, mi appare come una figura piena di venature fukuyamesche, pur non avendo nulla del fighetto neoliberale spietato nel condannare le abitudini degli attardati di ogni sorta.

Alla fine della sua storia amara (un cono da trenta di crema…mettici anche un po’ di limone) lo insegue il suono di una melodia che gli ricorda un’innocente lasciata indietro, una delle tante vittime di cui è costellata anche la sua strada. Attanagliato dallo spleen si rifugia nel vino e nella rissa (amico, quale amico?…io non ho amici…non mi serve nessuno a me…io voglio stare solo…solo), si batte, uno contro cinque o sei (fatevi sotto…io vi schiaccio…vi schiaccio) lanciando contro gli aggressori bidoni di benzina vuoti (proto ecologismo finedimondo di Zampanò)…(vi schiaccio). Mezzo sfigurato, in spiaggia, nell’ultima scena, alza gli occhi al cielo (chissà quali visioni angeliche pre-conversione ci vedevano qui le associazioni giovanili cattoliche che proiettavano il film gratis in parrocchia ?) e poi affonda la faccia nella sabbia. Ma io non ci vedo nessun genere di conversione. Magari una presa di coscienza, quello si: la consapevolezza che niente potrà redimere la sua vita che è stata troppo brutta, né la storia in generale che è orribile. Non c’è verso di cancellare il male fatto. La canzone delle vittime innocenti sacrificate continua a risuonare. Non c’è negazione della negazione, né astuzia della ragione che valga.

Anzi mi convinco che con la sua caratteristica capacità di anticipazione dei tempi (secondo me)) Zampanò con quell’ultimo sguardo disperato abbia visto anche l’astronave Aniara (il film che stavo guardando prima) che diretta verso Marte con gli ultimi superstiti di una terra devastata, finisce fuori rotta e si perde nello spazio profondo.

Andrà tutto bene, dice il Capitano, ne avremo al massimo per due anni, poi potremo riprendere la rotta. Ma passano più di cinquemila anni, prima che la nave spaziale-sarcofago: il nostro piccolo pianeta artificiale...piena di morti, (che all’inizio, prima di ridursi a forme di sopravvivenza post-beckettiane, le hanno provate tutte: cura psichica attraverso la realtà virtuale, fitness estremo, gang bang lesbofrociosadomasosataniste new age, maternità omogenitoriale seguita da infanticidio/suicidio etc…) arrivi finalmente, a giochi fatti, in vista di un corpo celeste. In un’altra galassia.

2007-2021 Rione Ventesimo, rivista di Roma Testaccio
SPIP | Chi siamo | scrivi a Rioneventesimo | Facebook | | Mappa del sito | Monitorare l’attività del sito RSS 2.0