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La lezione tedesca

Il popolo tedesco guarda sempre più a sinistra

martedì 25 marzo 2008, di Marina Bernabei


Si sono tenute in Bassa Sassonia e in Assia il 27 gennaio e ad Amburgo il 24 febbraio le consultazioni per il rinnovo dei parlamenti locali. Con le elezioni regionali, in Germania si è dato il via alla lunga campagna elettorale che attraverserà il 2008 e culminerà nell’autunno 2009 con il rinnovo del Bundestag e del Cancelliere. Alla luce di questo contesto più ampio, le elezioni regionali tedesche hanno rappresentato una prova generale in vista del voto nazionale.
Il test elettorale ha acquisito una grande rilevanza, dal momento che per la prima volta, dopo le elezioni politiche del 2005, i cittadini tedeschi sono stati chiamati alle urne. Il voto, infatti, seppure ha riguardato soltanto una parte della popolazione, ha assunto una connotazione del tutto particolare, divenendo il primo riscontro elettorale alle scelte politiche operate dall’Spd e dalla Cdu-Csu all’indomani delle consultazioni del 2005.
Conclusesi senza vincitori, né vinti, con l’Spd al 34,2% e la Cdu-Csu al 35,2%, quest’ultime hanno determinato uno sconvolgimento dell’assetto politico consolidatosi nel tempo, sfociando nella "Große Koalition". Le alleanze tradizionali tra Verdi e Socialdemcratici e tra Cristiano-democratici e Liberali sono state recise e la divisione dello spettro politico in due grandi blocchi opposti, il centro-destra e il centro-sinistra, è stata accantonata. Da sempre antagonisti nell’arena politica, l’Spd e la Cdu-Csu hanno dato vita, infatti, ad un governo di coalizione, smussando le rispettive differenze ideologiche e programmatiche e optando per una soluzione di compromesso.
Le recenti elezioni inducono, però, le forze politiche ad un ripensamento. In Assia, in Bassa Sassonia ed Amburgo si registra una tendenza comune: una vittoria esigua della CDU con una relativa diminuzione dei suoi seggi nei parlamenti locali rispetto al 2003 e il crescere dei consensi nei confronti della Die Linke di Oskar Lafontaine, partito che raccoglie le forze di Sinistra. L’SPD, dal canto suo, non ha rappresentato un’alternativa convincente per l’elettorato, capace di convogliare i voti degli insoddisfatti.
Nella campagna elettorale, la Cdu e l‘Spd hanno cercato, senza successo, di riacquistare la propria identità politica, stemperata da due anni di coalizione. La prima ha puntato sul problema della sicurezza e la criminalità giovanile, il secondo sulla reintroduzione di alcune misure di welfare abolite nella prima metà del decennio. I risultati elettorali non entusiasmanti hanno indotto i due partiti a mettere in discussione le passate scelte politiche. I vertici della Cdu hanno incontrato gli esponenti liberali per discutere di collaborazioni future, mentre l’Spd torna a guardare a sinistra, con l’obiettivo di recuperare visibilità e peso elettorale, persi a favore della Linke.
Il Partito di Lafontaine ha ottenuto il 5,1% dei voti in Assia, il 7,1% in Bassa Sassonia, il 6,4 ad Amburgo, superando per la prima volta il tetto del 5% e insediandosi nei Landstage della Germania occidentale. La Linke, nata nel 2005 dalle ceneri della SED (il partito socialista della DDR) e da una scissione interna all’SPD, ha raccolto finora consensi soprattutto nella Germania dell’Est, zona di riferimento del suo bacino elettorale, composto in gran parte da disoccupati, giovani e anziani. Il successo nelle recenti elezioni regionali ha dimostrato però come la Linke sia in costante ascesa nell’Ovest del paese, maggiormente sviluppato e dalle forti tradizioni liberal-democratiche. Settori che prima in queste aree erano orientati verso il Partito Social-Democratico, ora si rivolgono alla Linke. L’ascesa di credibilità nell’opinione pubblica tedesca è dovuta in gran parte al fatto che essa oramai incarna sempre più il partito dei lavoratori, dei disoccupati e dei sindacati e riesce a catalizzare intorno al suo programma politico un malcontento sociale diffuso. Le principali richieste avanzate da Lafontaine sono il ritiro dell’esercito dall’Afghanistan, l’introduzione del salario minimo, la cancellazione dell’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni e la riforma del lavoro.

foto Die linke
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