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Memoria

Anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine

La storia di Orlando, ucciso il 24 Marzo 1944

martedì 24 marzo 2009


Sono frammenti di carta, messaggi ingialliti dal tempo. Non un diario vero e proprio. Lettere, biglietti, scritti brevi. Messi tutti insieme ricostruiscono la tragica vita di un uomo e sullo sfondo l’ancor più tragica vita di un’intera città, di un mondo sconvolto dalla guerra e dalla follia. Ricostruiscono, in modo completamente inedito, la storia delle Fosse Ardeatine, 335 civili e militari giustiziati con un colpo alla nuca. Fra qualche giorno, 24 marzo, ricorre il sessantacinquesimo anniversario dell’eccidio. Facile immaginare la pioggia di rievocazioni e libri.

A parlare, però, è un giovane diciottenne, uno studente delle scuole magistrali. Dicono che fosse alto e bello. Si chiamava Orlando. Orlando Orlandi Posti, orfano di padre. È tra le più giovani vittime dell’eccidio. Parla o, meglio, scrive di suo pugno, con una calligrafia antica e un po’ infantile. Scrive alla fidanzata, Marcella Bonelli, e soprattutto alla madre Matilde. Scrive dall’inferno di chi sa che a giorni potrebbe perdere la vita, e nonostante tutto ancora spera di uscirne e poter studiare medicina, laurearsi, sposarsi. Poi il colpo alla nuca. Scrive, si direbbe con linguaggio moderno e un po’ oltraggioso, “pizzini”, oggi conservati all’Archivio Diari di Pieve Santo Stefano.

La storia si ricostruisce anche in modi strani, inusuali. Questa storia qui ci arriva nel più strano dei modi. Orlando scrive e nasconde i suoi foglietti. Li infila nei colletti delle camicie da lavare. Ve li ricorderete, i colletti di allora. Avevano una stringa di plastica, a volte di metallo, per mantenerli rigidi. Lui levava la stringa e vi inseriva i suoi pensieri, le sue speranze, le angosce, le urla del sergente, i gemiti dei compagni. Frammenti di carta e soprattutto di una vita che torna alla luce.

Lo chiamano Orlandino, a via Tasso. Agli amici di sventura ha detto che ha perso il padre, che la madre fa la sarta. Ogni tanto spera di fuggire, vagheggia, sorride pensando che là fuori c’è chi lo aspetta. Il 14 marzo è il suo compleanno.

«L’alba del mio diciottesimo anno di vita», scrive, «l’ho passata in carcere morendo di fame». E di solitudine, anche. Quella mattina andò a sedersi sul pavimento, accanto all’avvocato, un altro dei compagni di via Tasso. Gli prese una mano e se la portò al volto. Gli sussurrò: «Oggi compio diciotto anni. Ho bisogno di una carezza». Poi si tirò un po’ indietro. Timidamente chiese scusa. E nel suo cuore tornò a giacere il terrore.

Era stato arrestato il 3 febbraio del ’44. Un’automobile delle SS si aggirava per il quartiere di Montesacro. Ci sarà una retata, dicevano. Dopo via Rasella, spiegavano, quelli lì ne prenderanno dieci per ognuno dei loro morti. Non scherzano. Sarà tremendo. Orlando è già nella Resistenza. Non è un capo: trasporta armi, semina chiodi lungo le strade per bloccare le autocolonne tedesche, partecipa alle manifestazioni universitarie.

Orlando passa di casa in casa e lancia l’allarme. Citiamo, per maggior precisione, dal risvolto di copertina: «Una corsa di quattro ore, affannosa e spericolata», che si conclude davanti al bar Bonelli, quello della famiglia della fidanzata, il più frequentato dell’intero quartiere Montesacro. Orlando vuole salutare Marcella prima di partire. Pensa che si rintanerà nel campanile della chiesa vicina. O, forse, raggiungerà con gli altri le campagne del Viterbese. Marcella lo vede proprio mentre i tedeschi lo bloccano per portarlo in via Tasso. La prigione e la tortura e il 24 marzo la fucilazione.

Molti anni dopo, un vecchio armadio della madre ormai morta restituì quei foglietti di carta, quelle confessioni, quelle gioie impensabili, quelle ore di angoscia e di speranza, il medico, l’avvocato, il maresciallo che ogni mattina urla e urla e urla e inveisce e sembra avercela proprio con lui. I mezzi guappi, anche se marescialli, ce l’hanno sempre con i più giovani, i più fragili. Urla il maresciallo e puntualmente minaccia: oggi non ti do da mangiare. Ed è pure di parola.

«È tanta la fame», scrive Orlando, «dico fame perché non sento quello stimolo leggero che procura a volte lo stomaco vuoto, cioè l’appetito. Sento proprio la fame, che è una cosa ben diversa. A volte mi sento mugolare stando sdraiato, mi calmo un poco dopo mangiato, ma verso sera sono di nuovo daccapo. Arriva il pasto (…), un mestolo di minestra se così si vuol chiamare, naturalmente senza sale e senza condimento di alcuna qualità, e due pagnottine (…). Ci accomodiamo alla meglio e ci mettiamo a mangiare con la massima calma per il timore di terminare presto tutto».

Festeggiò così, Orlando, il suo compleanno. Poi il dottore gli fece gli auguri. E poi il sergente. E l’avvocato, forse pensando al figlio della stessa età, lo abbracciò forte. E così il giorno dopo, senza abbracci perché il compleanno era ormai passato, e il giorno dopo ancora fino quando arrivò quel camion. «Balzarono a terra dodici soldati tedeschi. Ciascuno aveva in mano un fascio di corde sottili». Obbligarono i prigionieri a leversi i cappotti, li legarono con le mani dietro la schiena, li spinsero verso tre furgoni da macellaio. Fu allora, quando i lacci si strinsero attorno ai polsi, che tutti capirono. Non sarebbero andati al Nord a lavorare. Non avrebbero raggiunto alcun campo di prigionia. Altri camion arrivarono ed altri partirono. E i tedeschi urlavano: «Kaputt! Kaputt!».

La fine cominciò così. «Alle sei di sera, i tedeschi che stanno sparando alle Cave Ardeatine sono sfiniti. Per rianimarli, Kappler ha distribuito alcune bottiglie di cognac. Quasi tutti ubriachi, non riescono più a prendere la mira giusta. Contravvenendo agli ordini, un colpo per ciascun ostaggio, arrivano a spararne fino a quattro di fila su un solo prigioniero». Alla fine fu Kappler stesso a sparare. Dodici delle vittime furono straziate a tal punto che non furono mai riconosciute. Orlando aveva capito tutto in anticipo. A Marcella, poche ore prima, aveva scritto: «Quando leggerai questa che sarà l’ultimo mio contatto con te, io sarò nel mondo dove almeno troverò un po’ di pace se il buon Dio che tutto può lo permette. Dunque, Marcellina mia, quando la leggerai non voglio assolutamente che il tuo caro visino venga rigato dalle lacrime. Solo ti prego di aggiungere alle tue preghiere serali una piccola preghierina per l’anima mia, te lo chiedo perché so che questo non ti costerà nessun sacrificio. Ora vengo a giustificare questo mio scritto, sappi, Marcella, che ti volevo bene, ma molto bene, e da molto tempo ho saputo far tacere il mio cuore perché non ero degno, secondo la mia idea, fino a che non avessi avuto aperta la via di un avvenire sicuro per poter raggiungere il mio ideale. Perciò, cara, ora che è impossibile che possa realizzare il mio sogno ho voluto confidarti il mio segreto». Che era il più semplice segreto del mondo, quello di un giovane che voleva bene ad una ragazza, ma quel bene lo negava a lei e a se stesso perché sapeva che un futuro non c’era. Sapeva, e non chiedeteci come, che il suo sogno non si sarebbe avverato, che sarebbe finito in una campagna del Viterbese. O forse laggiù nel ventre della cava sulla via Ardeatine, una delle 335 minuscole luci che brillano su altrettante lastre di pietra. La sua è la numero 108. Una settimana fa Orlando avrebbe compiuto 83 anni.

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